Viterbo, costretto a trasportare un compagno morto nei campi: l’orrore del caporalato

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Viterbo, costretto a trasportare un compagno morto nei campi.

Viterbo, costretto a trasportare un compagno morto nei campi. I carabinieri hanno scoperto e arrestato una famiglia di caporali ad Ischia di Castro, in provincia di Viterbo, i cui quattro componenti sfruttavano decine di lavoratori pagati in nero e trattati come schiavi. Le indagini sono partite dal rinvenimento di un cadavere trasportato da un compagno dei campi.

Sfruttavano come schiavi almeno una trentina di lavoratori stranieri pagandoli in nero, con turni massacranti e facendoli vivere in condizioni misere. Una famiglia di origini sarde residente ad Ischia di Castro è stata arrestata. I loro quattro componenti, i coniugi e i loro due figli, si trovano ai domiciliari, anche con le accuse anche di estorsione e di evasione di 87.750 euro all’Inps. A rendere esecutive le misure di custodia cautelare sono stati i carabinieri al termine delle indagini coordinate dalla Procura di Viterbo, con il pubblico ministero Paolo Auriemma. Accertamenti che hanno portato alla luce un grave quadro di sfruttamento umano, al vertice del quale c’è una famiglia che gestiva cinque aziende di allevamenti di ovini, nelle erano impiegati decine di lavoratori risultati non in regola.

Le indagini partite dal rinvenimento di un cadavere

Le indagini sono partite nel giugno del 2019, quando i carabinieri della stazione di Valentano hanno trovato il corpo senza vita di un uomo sui quarant’anni in località Ponte San Pietro, segnalato da parte di un parente di nazionalità albanese al Numero Unico delle Emergenze 112. Una vicenda ricostruita nella conferenza stampa di ieri dal comandante provinciale dei carabineri Andrea Antonazzo: “Ha dovuto avvolgere il cadavere del cognato in una coperta, come se fosse la carcassa di una pecora, e trasportarlo in macchina fino al confine con la Toscana, poi ha chiamato il 112 raccontando che l’uomo era deceduto durante il viaggio in auto”. Una versione poco convincente che ha spinto i militari e la procura ad andare fino in fondo e a vederci chiaro.

Chiamavano i lavoratori ‘servi’
I carabinieri con il supporto del Nucleo Investigativo e forestale, facendo breccia all’interno dell’attività famigliare, hanno portato alla luce il drammatico sfruttamento che era alla base delle aziende. I lavoratori vivevano in strutture fatiscenti e sovraffollate, nonostante l’emergenza coronavirus, in pessime condizioni igieniche. Lavoravano dalle 9 alle 17 ore al giorno, con un compenso mensile di 800 euro, per pochi centesimi all’ora per mungere il bestiame e lavorare nei campi. I caporali, inoltre, minacciavano e umiliavano i lavoratori, chiamandoli ‘cani’, ‘servi’ e ‘vermi’ e costringendoli a chiamarli ‘padroni’.

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