Se Facebook piange Google non sorride: così si potrebbe sintetizzare la bufera che sta per abbattersi sul colosso di MountainView, sempre in materia di raccolta dati. Tutto è partito dal Regno Unito, dove a fine novembre 2017 ben 4,4 milioni di utenti iPhone hanno avviato una class action nei confronti dell’azienda di Mountain View, che sarebbe colpevole di aver raccolto i loro dati a fini di tracciamento e confronto.

L’accusa è di aver utilizzato un proprio algoritmo per aggirare le impostazioni sulla privacy del web browser Safari tra agosto 2011 e febbraio 2012, al fine di filtrare i dati organizzandoli in categorie ad hoc per gli inserzionisti.

Dopo la prima audizione di due giorni gli avvocati del gruppo sostengono che Google avrebbe raccolto informazioni sensibili come sesso, appartenenza etnica, stato di salute fisico e mentale, preferenze politiche e sessuali, status sociale e finanziario e abitudini d’acquisto, oltre a dati sulla posizione geografica, aggregando poi il tutto in diverse categorie, come ad esempio “appassionati di calcio”.

I legali pensano che la class action possa estendersi anche agli Stati Uniti e che ogni utente coinvolto potrebbe aver diritto a un compenso di circa 750 sterline, pari a poco più di 1000 dollari: una causa dunque che alle casse di Google potrebbe costare fino a 4,3 miliardi di dollari, non esattamente uno scherzo nemmeno per un colosso.

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Ovviamente da Mountain View per il momento respingono tutte le accuse e fanno sapere che in ogni caso non avrebbe senso discutere il contenzioso in un tribunale del Regno Unito. Tuttavia Google non è nuova a tali accuse, avendo già dovuto pagare 39,5 milioni di dollari negli Stati Uniti per chiudere azioni legali analoghe ed essendo stata inoltre multata nel 2012 dalla Federal Trade Commission degli Stati Uniti per 22,5 milioni di dollari.