Trump spalanca le porte alle trivellazioni nell’incontaminato Rifugio Artico dell’Alaska

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Trump spalanca le porte alle trivellazioni nell’incontaminato Rifugio Artico dell’Alaska.

Trump spalanca le porte alle trivellazioni nell’incontaminato Rifugio Artico dell’Alaska. Dopo aver riaperto le concessioni per la Tongass National Forest e aver eliminato il divieto di uccidere cuccioli di lupo e orso direttamente nelle tane, l’amministrazione Trump mette nuovamente in pericolo la meravigliosa biodiversità dell’Alaska. Lo scorso 17 agosto il Segretario degli Interni ha infatti firmato il documento che apre le porte ai contratti di leasing per l’estrazione di petrolio e gas nell’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR), la più grande area incontaminata degli USA.

Che l’amministrazione Trump non fosse esattamente “amica dell’ambiente” è apparso chiaro sin da quando si è insediata alla Casa Bianca, ma una nuova decisione impopolare rischia di avere un impatto catastrofico non solo su una delle aree più incontaminate e protette degli Stati Uniti, ma anche complicare seriamente la lotta ai cambiamenti climatici. Lunedì 17 agosto il Segretario degli Interni americano David L. Bernhard ha infatti firmato un documento che approva contratti di leasing per estrarre petrolio e gas nell’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR) in Alaska. Si tratta della più grande area incontaminata degli USA – circa 8 milioni di ettari – ed è rigidamente tutelata da 60 anni; al suo interno è del resto ospitata una meravigliosa e florida biodiversità.

In questa enorme riserva naturale che abbraccia l’Artico e confina con l’aspra regione dello Yukon canadese, patria della “Corsa all’oro” avviata alla fine del XIX secolo, si riproducono anche i minacciati orsi polari, che in base a una recente indagine condotta dall’Università di Toronto pubblicata su Nature Climate Change rischiano di estinguersi entro la fine del secolo, proprio a causa dei cambiamenti climatici catalizzati dall’uomo. Oltre agli iconici plantigradi, nell’Arctic National Wildlife Refuge si trova la più grande popolazione di renne degli Stati Uniti, la mandria di caribù “Porcupine” dal nome dell’omonimo fiume, che in questi luoghi si riproduce. Nei circa 80mila chilometri quadrati di tundra selvaggia e spettacolari zone umide sono ospitati anche orsi grizzly, lupi, ghiottoni, linci e numerose specie di uccelli, tutti animali minacciati dalle anacronistiche mire petrolifere dell’amministrazione Trump. A rischio vi sono anche le comunità indigene locali e le loro secolari tradizioni.

La firma del segretario Bernhard è giunta a circa 3 anni di distanza dall’approvazione del disegno di legge avanzato dai repubblicani (e sottoscritto da Trump) volto proprio a promuovere contratti in leasing per l’estrazione di petrolio e gas nella preziosissima area. Grazie al nuovo documento, le compagnie petrolifere potranno firmare questi contratti e avviare le procedure di trivellazione a caccia dell’oro nero. L’area di maggiore interesse è quella costiera, dove si ritiene si trovino i più grandi giacimenti di petrolio degli USA non ancora identificati.

 

Bernhard si è detto fiducioso che l’estrazione di petrolio e del gas possa essere fatta in modo “sostenibile e rispettoso dell’ambiente”, ma la sua affermazione si scontra con i dati di un’analisi condotta nel 2019 dal Center for American Progress, in base alla quale le vendite di contratti in leasing in Alaska sarebbero responsabili del rilascio in atmosfera di oltre 4,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, circa tre quarti di tutta quella emessa dagli USA nel 2017 (che sono tra i più grandi Paesi inquinatori del pianeta). Dunque non solo si minaccia un’area preziosissima, ma si mettono a repentaglio anche gli sforzi globali per contenere le emissioni di carbonio e combattere il riscaldamento globale.

Le associazioni ambientaliste hanno fatto e faranno il possibile per contrastare la violazione dell’Arctic National Wildlife Refuge, ma nel caso in cui le compagnie petrolifere dovessero firmare i contratti neanche un cambio alla presidenza degli USA (le elezioni saranno a novembre) potrà arrestare le trivellazioni. “Poiché la domanda di petrolio è in declino e l’impatto climatico provoca caos in tutto il mondo, offrire l’Arctic National Wildlife Refuge alle società di combustibili fossili non ha alcun senso”, ha dichiarato in un comunicato stampa Tim Donaghy, Senior Research Specialist di Greenpeace USA. “Se Trump si preoccupasse davvero di creare posti di lavoro, investirebbe nella crescente economia delle energie rinnovabili e inizierebbe una giusta transizione dal petrolio e dal gas. In realtà, è interessato solo a fornire sussidi ai miliardari”, ha aggiunto il dirigente dell’organizzazione ambientalista. Adam Kolton, il direttore dell’Alaska Wilderness League, ha affermato che le compagnie petrolifere che firmeranno questi contratti andranno incontro a rischi legali, finanziari e di reputazione senza precedenti, e non a caso alcuni “big” del settore si sarebbero già tirati indietro, affermando di non essere interessati a esplorare questa parte del pianeta. La speranza è che questa strada sarà seguita anche da tutte le altre compagnie, anche se i ricchi guadagni che si prospettano fanno gola a molti.

In precedenza Trump aveva dato mandato al Segretario dell’Agricoltura di riattivare le concessioni e cancellare le misure a tutela della deforestazione della Tongass National Forest – una delle più floride del pianeta – per costruire strade, miniere e industrie. Sempre in Alaska, l’amministrazione americana ha dato rimosso il divieto che impediva ai cacciatori di uccidere cuccioli di orso e lupo direttamente nelle tane, usare esche e abbattere animali dalle imbarcazioni. I contratti per le trivellazioni rappresentano dunque solo l’ultimo affronto alla meravigliosa biodiversità dello stato americano.

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