Periferia nord ovest di Milano, la sera del 8 novembre 1987 la studentessa diciassettenne Mary D’Amelio viene aggredita, stuprata e uccisa a sassate a pochi passi dalla fermata di Bovisa. A scoprire il corpo sarà proprio suo padre, che la cercava disperatamente.

Nell’autunno del 1987 Mary ha diciassette anni, è in quarta classe, sezione C, del IIS Cremona. Le piace Marco, un ragazzo della sua età, ma non è ancora pronta a stare con lui e si accontenta di riempire intere pagine del suo diario dedicandogli le sue fantasie romantiche. È quasi maggiorenne ormai, eppure l’infanzia alle sue spalle non è ancora sbiadita. Da poco la sua famiglia si è trasferita a Bollate, dove, ogni sera, ha l’obbligo di rincasare non più tardi delle 19 e 45, ma a Mary, le raccomandazioni non servono. Cattolica, volontaria di Comunione e Liberazione, è sempre stata prudente e matura, mai una ribellione, neanche piccola. Fino a una domenica di novembre. Mary pranza con i suoi dai nonni, alle 14 e 30 raggiunge gli amici allo Sphinx’s, di viale Papiniano, dove c’è una piccola festa che finisce non più tardi delle 18e e 30 e alle 18 e 45, come sempre, i suoi la aspettano per cenare.  Alle 20, però, non è ancora arrivata e forse, si dice mamma Antonietta, il treno da Bovisa avrà fatto tardi. L’attesa dura circa 15 minuti, alle 20 moglie e marito decidono che è tempo di agire e andarla a cercare. Lui monta in auto con il vicino e insieme ripercorrono tutte le fermate del bus e del treno sul tragitto per casa, dove Antonietta resta in attesa di Mary.

L’allarme
Poi, una sinistra intuizione porta Michele in via Candiani, dove a pochi passi dalla casa dei nonni dove avevano pranzato. Lo stesso strano istinto lo guida verso lo spettrale rudere delle fabbriche Montedison, un agglomerato di baracche e capannoni dove non c’è un’anima ed è buio e lì, si trova davanti a uno spettacolo che un padre non dovrebbe mai vedere. Pallida come un fantasma, Mary è distesa a terra, il cappotto tirato su fino alle spalle, la gonna arrotolata sul ventre, slip e collant attorcigliati intorno ai polpacci. Ancora una volta è l’istinto a guidare Michele nelle sue reazioni e comincia a correre velocissimo fino al primo locale dove c’è un telefono, dove grida: “Mia figlia è ferita, fate presto”. Fatta eccezioni per lo stato dei vestiti, Mary non presenta segni di lotta, neanche un livido, solo una grossa ferita alla testa. Eppure, quello che Michele non è riuscito ad accertare quando quello spettacolo gli ha tolto il respiro è che anche sua figlia non respirava più. Sulla scena arrivano i soccorsi, le forze dell’ordine guidate dal capo della Mobile, Achille Serra e i giornalisti.

Il maniaco della Bovisa
L’indomani i giornali locali tracimano di sdegno contro l’assassino di via Candiani e non risparmiano critiche amare a chi ha permesso che la barbarie andasse in scena al buio dei cupi ruderi dell’ex stabilimento Montedison. Lo stesso sconcerto si respira ai funerali di Maria Luisa, dove l’aria è densa di paura e sgomento. A pochi passi dalla chiesa, fuori, c’è il maniaco che ha ammazzato Mary a sassate, quello che i giornali descrivono come un lupo assetato di sangue. Di lui la polizia sa solo che ha puntato, presumibilmente a caso, la piccola e minuta Mary, l’ha trascinata nella sporcizia di una stradina nel vecchio cantiere, l’ha violentata e uccisa con un sasso. L’esame autoptico, purtroppo, conferma quello che nessuno avrebbe voluto sentire: Mary, che prima di allora non aveva mai avuto rapporti sessuali, è stata stuprata. E dopo quello scempio l’assassino ha frugato nella sua borsetta portando via i risparmi della ragazzina: 70mila lire.

La telefonata
Quattro o cinque giorni dopo il delitto nella redazione del Giorno, a un’ora tarda e insolita, arriva una telefonata. “Sono quello che ha ucciso Maria” dice la voce dall’altra parte del filo. “Sono stufo di leggere sui giornali che sono un drogato e un maniaco. Sono un ragazzo normale”. “La ragazza – aggiunge – non la conoscevo. Volevo farmela e basta. Gridava lasciami stare. Faceva la preziosa, ho perso la testa. È stato un incidente”. La chiamata, una pioggia nel mare di follia di centinaia si segnalazioni false –  viene considerata attentamente dagli investigatori, per l’originalità del suo messaggio. L’anonimo è fiero di rivendicare il delitto, come spesso si mostrano tutti i mitomani, ma è risentito contro chi (i giornalisti) lo disegna come un tossicodipendente e un maniaco. Ci siamo, si dicono in commissariato.

Il mitomane di via Candiani
A condurre all’assassino, potrebbero essere elementi trovati sulla scena e negli stessi giorni gli agenti tornano sul luogo del delitto. A intralciare i rilievi c’è un quarantenne del posto noto come persona disturbata, tale Walter Sivieri. L’uomo prende un sasso insanguinato e lo sventola davanti all’agente: “È stato il mio, amico, lo ha fatto davanti a me”. La credibilità di quell’uomo è bassissima, ma l’agente decide comunque di denunciare l’accaduto ai superiori e consegnare quel pezzo di pietra. Come previsto, però, la testimnianza viene archiviato come l’ennesimo exploit di mitomania e il sasso, anziché essere repertato, va perduto.

La confessione
Negli stessi giorni l’amico, di cui parlava ‘Sivieri’, tale Roberto Pirovano, 40 anni, disturbato e con un ritardo mentale, si presenta agli inquirenti per rendere la sua confessione, un racconto che coincide in parte, con quello del Sivieri. Parla del delitto come in “una cavolata” scaturita dal fatto che Mary si era ribellata allo stupro e “si era messa a gridare”. Secondo il racconto di Pirovano, Sivieri avrebbe assistito in disparte alla barbara aggressione, ma la polizia non gli crede, non crede a nessuno dei sue e li lascia andare. Eppure c’è qualcosa del racconto di quell’uomo disturbato che va approfondita. Roberto Pirovano lavorava nella stessa ditta di trasporti del padre di Mary e – racconta – era innamorato di lei dai tempi in cui la famiglia viveva alla Bovisa.

L’epilogo
Ci vorranno due anni perché l’omicidio di Mary venga discusso in un’aula di Tribunale, imputati: Siviero e Pirovano, che viene sottoposto a perizia e giudicato incapace di intendere, ma in grado di prendere parte al processo. L’operaio è affetto da un ritardo mentale causato da oligofrenia e presenta una personalità disturbata con gravi difficoltà a controllare gli impulsi sessuali. Il profilo coincide con quello dell’assassino, ma la perizia ha un peso imprescindibile tanto che, pur essendo riconosciuto colpevole, Pirovano viene giudicato non imputabile perché incapace di intendere e internato in un ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, per i successivi dieci anni. Oggi, a oltre 30 anni di distanza, Maria Luisa D’Amelio è solo un nome su una targa imbrattata nel quartiere che sognava lo sviluppo.