Nella Siria nord-occidentale, un’intera famiglia è stata massacrata mentre fuggiva dai combattimenti. I genitori e i loro sette figli, di cui 5 minori, erano a bordo di un minibus quando sono stati colpiti da un aereo nella periferia di Aleppo. L’offensiva dell’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione russa, non si ferma. Così come il numero di morti civili: in meno di un mese sono 155, tra cui 49 bambini e 24 donne. Gli sfollati hanno superato il mezzo milione in quella che l’Onu definisce “una delle crisi umanitarie più gravi al mondo”.

Ali, Fatima, Mouhsen, Riyad e Mhanna. Sono i nomi dei bambini massacrati assieme ai genitori e a due fratelli più grandi. Un’intera famiglia decimata mentre cercava di mettersi in salvo dalla violenza. Erano tutti a bordo di un minibus quando sono stati colpiti da un aereo nella periferia occidentale di Aleppo il 3 febbraio. Dalla carcassa del veicolo i soccorritori hanno estratto ad uno ad uno i corpi straziati dei piccoli. Questi morti vanno ad aggiungersi ad altre vittime innocenti dell’interminabile guerra in Siria. Il 2 febbraio è toccato a Najah Fedaa Hasan Agha, una neonata di soli 40 giorni, uccisa in un bombardamento sulla città di Sarmin, a 15 chilometri di Idlib, capoluogo dell’omonima provincia nord-occidentale. Nello stesso attacco hanno perso la vita anche la mamma di Najah, il fratello e gran parte della sua famiglia.

Nella Siria nord-occidentale, da mesi obiettivo dell’offensiva dell’esercito governativo e della Russia sua alleata, decine tra uomini, donne e bambini sono uccisi ogni giorno. Secondo la Rete siriana per i diritti umani (Syrian Network for Human Rights), un’organizzazione che da anni tiene il conto delle vittime della guerra nel Paese mediorientale, tra il 15 gennaio e il 4 febbraio 2020 sono morti 155 civili, tra cui 49 bambini e 24 donne.

Ancora ospedali nel mirino dei jet da guerra

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in foto: Una stanza dell’ospedale di Ariha colpito da un raid aereo russo nella notte del 29 gennaio 
Gli ospedali della provincia di Idlib continuano ad essere obiettivo dei caccia militari. L’ospedale di Maarat al Numan è stato chiuso a causa dei bombardamenti. Dopo il nosocomio di Ariha, messo completamente fuori uso dalle bombe la notte del 29 gennaio, è toccato al centro medico di Sarmin, la cui struttura è stata danneggiata da un attacco aereo il 4 febbraio.

“Il mio ospedale è ancora in piedi – afferma un medico di Idlib – ma solo nelle ultime settimane altri cinque qui vicino sono stati parzialmente o totalmente distrutti e sono fuori uso. Siamo completamente sopraffatti dal numero di pazienti che sarebbero stati curati in quegli ospedali e che ora dobbiamo assistere noi”. “In pochi mesi un numero consistente di ospedali è stato colpito in Siria nord-occidentale, alcuni sono stati totalmente o parzialmente distrutti. Se gli scontri continueranno, le persone avranno sempre meno possibilità di accedere alle strutture sanitarie. Se dovranno andare lontano per ricevere cure, la possibilità che le ferite si aggravino o la probabilità di morire non possono che aumentare”, ha dichiarato Cristian Reynders, coordinatore di Medici senza Frontiere (Msf) per l’area settentrionale di Idlib. “Queste incursioni e bombardamenti contro le strutture mediche – sottolinea Msf – che si aggiungono allo stallo complessivo dell’assistenza sanitaria, colpiscono Idlib in un momento in cui le cure salvavita sono indispensabili. Condanniamo con forza queste evidenti violazioni del diritto umanitario internazionale, dalla distruzione di strutture sanitarie al loro uso per scopi militari. Gli ospedali non solo stanno chiudendo uno dopo l’altro, ma l’intero sistema sanitario è costantemente minacciato da attacchi terrestri o aerei”.

Uno tsunami umano: oltre 500mila sfollati dall’inizio di dicembre

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in foto: Dall’inizio di dicembre 2019 circa 520mila persone sono state sfollate nella Siria nord–occidentale
Di fronte all’aumento delle ostilità, ai civili non resta che la fuga. Nelle ultime tre settimane, circa 200mila persone hanno dovuto abbandonare le loro case o i campi profughi dove si erano rifugiati. Una cifra che arriva a superare il mezzo milione se considerata dall’inizio di dicembre. “Dal 1° dicembre, quasi 520 mila persone sono state sfollate. Circa l’80% sono donne e bambini”, ha detto David Swanson, portavoce dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha).

“Stiamo assistendo a uno tsunami umano – riferisce il direttore di un ospedale ad Idlib – le persone stanno provando a fuggire a nord, verso il confine turco, il più velocemente possibile. Negli ultimi giorni, abbiamo visto decine di migliaia di persone fuggire nelle loro auto. Oggi ci vogliono circa 3 ore per percorrere appena 30 chilometri perché tutti sono in strada e in movimento”. “Per lo staff medico prendere una decisione in questa situazione è ancora più difficile: rimaniamo a curare i malati e i feriti, o fuggiamo anche noi?”, è l’atroce dilemma del direttore sanitario. “La mia famiglia per esempio è fuggita pochi giorni fa e io ho deciso di restare, per ora. Da allora non li ho ancora sentiti e sono molto preoccupato. Mi sembra che stiamo vivendo una serie di scelte impossibili”.

Il nord-ovest della Siria, una delle crisi umanitarie più gravi al mondo

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in foto: Una vittima del raid aereo su Ariha avvenuto il 5 febbraio 
“Oggi la situazione medico-umanitaria è davvero terribile – afferma un medico di un ospedale supportato da Medici senza Frontiere ad Idlib – in questi giorni ci sono continui bombardamenti contro strutture sanitarie nella zona. Lo staff dell’ospedale è sotto pressione sia fisica che psicologica. Lavoriamo senza sosta, anche fino a notte fonda, per operare e curare tutte le persone che arrivano e vediamo le nostre scorte diminuire drasticamente, senza sapere quando o addirittura se riusciremo ad averne di più. Come se non bastasse, operiamo nella paura costante di essere i prossimi ad essere colpiti”.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), più di 50 strutture sanitarie hanno sospeso i loro servizi il 31 gennaio. “L’attuale situazione nel nord-ovest della Siria, caratterizzata da mancanza di accesso a medicine, scarsa igiene, caos e sfollamento di massa, comporta un rischio significativo di scoppi di morbillo, malattie diarroiche e altre infermità”, ha detto Rick Brennan, direttore per l’emergenza regionale dell’Oms. “La Siria nordoccidentale rappresenta una delle crisi umanitarie più gravi al mondo, in cui i civili stanno soffrendo a un livello fuori del comune”, ha aggiunto Brennan, chiedendo “un rinnovato impegno internazionale per porre fine a questa prolungata e devastante crisi”.

Tensione alle stelle tra Turchia e Siria

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in foto: Mezzi militari turchi ad Al Dana, nella Siria nord–occidentale 
Dopo la conquista di Maarat al Numan, avvenuta il 28 gennaio, le truppe di Assad, appoggiate dall’aviazione russa, stanno puntando su Saraqib, strategica città lungo l’intersezione di due importanti autostrade, la M4 che collega Aleppo con Latakia, e la M5, che unisce la capitale Damasco ad Aleppo. Riprendere Saraqib aprirebbe all’esercito siriano la strada per avanzare fino ad Idlib, ultima grande città ancora sotto il controllo degli insorti. Un’eventualità che ha già trovato la ferma opposizione della Turchia, che appoggia direttamente e indirettamente alcune sigle di ribelli anti-Assad.

Domenica scorsa, inoltre, l’uccisione nella zona di Saraqib di 8 soldati turchi da parte dell’esercito siriano ha fatto aumentare in modo la tensione tra Turchia e Siria. La risposta di Ankara non si è fatta attendere: secondo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, 40 obiettivi siriani sono stati colpiti uccidendo tra 30 e i 35 soldati di Damasco. Sempre Erdogan ha lanciato mercoledì un ultimatum alla Siria. “Se il regime siriano non si ritirerà entro febbraio dalle zone in cui si trovano le postazioni turche di monitoraggio a Idlib – ha dichiarato Erdogan – la Turchia dovrà agire”.