Scomparsa Sara Pedri, parlano i colleghi: “Nel suo ospedale clima dell’orrore, era terrorizzata”

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Scomparsa Sara Pedri, parlano i colleghi.

Scomparsa Sara Pedri, parlano i colleghi. Nell’ospedale Santa Chiara di Trento dove Sara Pedri ha lavorato per alcuni mesi prima di scomparire c’era un clima degli orrori. Lo hanno raccontato molti colleghi della ginecologa originaria di Forlì di cui si sono perse le tracce dallo scorso 4 marzo alla famiglia in queste settimane. “Sara ha iniziato a essere sempre più silenziosa, preoccupata, quasi terrorizzata: non aveva tempo per dormire o mangiare – racconta Roberta Venturella, Professore Associato presso Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro e per cinque anni tutor di Sara – io sono certa che qualcosa è successo in quell’ospedale”.

“Da formatori non possiamo pensare che una specializzanda, una ragazza entusiasta e piena di vita che avrebbe potuto lavorare ovunque si sia ritrovata in una situazione del genere. Questa storia può essere l’episodio che aiuta a risolvere una brutta storia di malessere sul lavoro. Facciamo in modo che Sara non sia svanita invano”. È un vero e proprio appello quello che fa Roberta Venturella, Professore Associato presso Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro e per cinque anni tutor di Sara Pedri, la ginecologa scomparsa di 31 anni originaria di Forlì e scomparsa il 4 marzo scorso da Cles, in Trentino. La dottoressa Ventrella conosceva bene Sara e ha vissuto con lei gli anni della sua formazione lavorativa, quelli più importanti che l’hanno portata a vincere il concorso presso l’ospedale di Cles e a iniziare la sua nuova vita in Trentino. Purtroppo però per Sara, arrivata all’ospedale Santa Chiara di Trento dopo la chiusura del reparto maternità di quello di Cles, è iniziato un vero e proprio incubo fatto di umiliazioni costanti al lavoro, molte delle quali le aveva riferite alla famiglia e alle amiche, oltre che ex colleghe.

“Ho conosciuto Sara in maniera estremamente approfondita perché abbiamo da subito instaurato un rapporto che andava al di là quello puramente lavorativo – spiega Roberta Venturella – l’ho visto crescere nei cinque anni in cui si è formata con me a Catanzaro, l’ho seguita in tutti i suoi passaggi: sono certa che debba essere successo qualcosa perché mai in questi anni abbiamo avuto l’idea che fosse depressa o che avesse tendenze suicide, era una ragazza forte, intraprendente, esuberante, testarda, volitiva. Pretendeva tantissimo da se stessa, questo è vero, e questo mi può far pensare che messa in un ambiente in cui veniva denigrata e fatta sentire inadeguata, non abbia reagito bene”. Sara ha lasciato Catanzaro nel novembre 2020 per trasferirsi a Cles, ma una volta giunta lì è stata dirottata presso il Santa Chiara di Trento dove la situazione non si è rivelata come si aspettava e dove ad attenderla ha trovato un ambiente poco ospitale: “Noi l’abbiamo sentita dopo che ha lasciato Catanzaro, all’inizio spesso, ma alla fine sempre più di rado: con qualcuno si è sentita anche fino a metà febbraio, o inizio marzo, poco prima di sparire. All’inizio ci raccontava che era un’esperienza nuova, che la facevano lavorare tantissimo ma che era sicura di farcela”.

In un messaggio inviato alla sua tutor Sara racconta di quei ritmi e di quel lavoro dove non era poi così serena: “Una volta mi ha inviato un messaggio in cui mi ha scritto ‘Mi sento come dentro una lavatrice, ma come tutti gli inizi ce la farò’. Poi ha iniziato a essere sempre più silenziosa, preoccupata, quasi terrorizzata: non aveva tempo per dormire o mangiare – continua la dottoressa Venturella – ha raccontato di alcuni episodi di mobbing, soprattutto in sala operatoria, in un’occasione una strutturata, più anziana, l’avrebbe allontanata dal tavolo operatorio durante un’operazione dicendole ‘Dove ti sei formata? Non sei capace. Spostati’. Sono stati momenti pesanti per lei”. Sara in quell’ambiente avrebbe abcge trovato alcuni colleghi, più giovani, che hanno provato a rassicurarla, che le sono stati accanti ma qualcosa dentro di lei si era ormai rotto e col passare dei giorni l’insofferenza verso l’ospedale sarebbe cresciuta in maniera forte tanto da portarla a tornare a Catanzaro per qualche giorno.

Poi la decisione di ritornare in Trentino per dare le dimissioni: “Si vedeva che non stava bene, era dimagrita, ma non ha mai parlato apertamente del suo dolore – spiega la dottoressa – quando è tornata a Trento ha parlato col primario al quale ha detto che non stava bene e lui le ha detto che l’avrebbe mandata a Cles, ma lei dopo tre giorni ha comunque inviato la lettera di dimissioni. Io credo che fosse già arrivata a un punto in cui non era più lucida quando è tornata gli ultimi tre giorni a Cles prima di scomparire”. In queste settimane sono tante le persone che hanno parlato con la famiglia e le amiche di Sara per raccontare ciò che accadeva all’ospedale Santa Chiara dove negli anni scorsi ben 19 medici hanno abbandonato la struttura, tema sul quale è stata anche presentata una interrogazione parlamentare affinché si facesse chiarezza.

“Noi abbiamo sentito tantissime persone che hanno lavorato lì e tutte hanno testimoniato il clima degli orrori che c’era in quel posto. Anche persone che lavorano tutt’ora lì hanno paura di parlare e che hanno chiesto di non divulgare la loro identità ma sono stati fatti dei nomi che sono al vaglio degli inquirenti – spiega – la famiglia di Sara non ha mai ricevuto chiamate o messaggi dal primario dell’ospedale, mai una telefonata. Quello che ci tengo a chiarire è che non vogliamo fare una caccia alla strega, noi siamo colleghi e sappiamo cosa significa vivere in un reparto: non si può sopravvivere a un ambiente del genere. E non vogliamo che questa storia venga insabbiata, se c’è qualcosa che si può modificare, se c’è qualcuno che ha sbagliato e deve essere ripreso, che questo avvenga”. Infine sulle ricerche di Sara, il pensiero va alla famiglia ma anche alle indagini: “So che da quando la famiglia ha fatto l’appello in tv, le ricerche di sono riprese, si spera che se c’è qualcosa, perché anche il ritrovamento del corpo darebbe un senso diverso a questa storia oltre a dare pace alla famiglia”.

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