Positiva al Covid-19, licenziata perché assente dal lavoro: la storia di Maria Stella

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Positiva al Covid-19, licenziata perché assente dal lavoro: la storia di Maria Stella.

Positiva al Covid-19, licenziata perché assente dal lavoro: la storia di Maria Stella. Maria Stella lavorava come collaboratrice domestica nell’abitazione di una famiglia benestate. Il suo contratto era a tempo indeterminato e da due anni e mezzo ormai era alle dipendenze di un uomo di 87 anni e sua moglie, anziana di 83 anni. Si è ammalata di Covid-19 nel mese di novembre e il virus le ha causato strascichi tali da non permetterle il rientro immediato sul posto di lavoro.  Maria Stella ha raccontato di averlo perso perché ha trascorso troppo tempo a casa.

Maria Stella è toscana e abita a Lucca con suo marito e il suo cane. Da due anni e mezzo, racconta, lavorava come collaboratrice domestica nell’abitazione di una famiglia benestante. Erano in due, ci dice: lei e un’altra ragazza con contratto part time. Maria Stella aveva ormai un impiego tempo indeterminato, tanto che aveva deciso di acquistare una casa insieme al marito e iniziare così un mutuo. Nel mese di novembre, Maria Stella ha iniziato a stare male. “Ho pensato subito al Covid – racconta al telefono -. Avevo la nausea, non riuscivo a mangiare e non mi reggevo in piedi. Mi sono preoccupata di chiamare il mio datore di lavoro, perché sia lui che sua moglie sono anziani. Ho detto loro che avrei fatto il tampone e quando sono risultata positiva ho iniziato il mio isolamento. Anche loro si sono sottoposti al test e fortunatamente sono risultati negativi”.

Da allora inizia il suo incubo. Il virus le ha portato via buona parte delle sue forze fisiche. “Sono dimagrita di otto chili e anche dopo che sono guarita, ricominciare a mangiare è stata dura. L’affanno non ti lascia mai e ancora più angosciante è il senso di ansia che ti pervade. Monitori l’ossigeno in continuazione per paura di dover andare in ospedale”. Quando ha potuto ristabilirsi, per Maria Stella sono iniziati i problemi postumi: al cuore, stanchezza generale, dolori articolari e depressione che ora, ci dice, sta curando. “Quando ho avuto il primo tampone da negativa, ero così spossata che tornare a lavoro per me era impossibile – spiega ancora -. Si tratta di un impiego fattivo, soprattutto perché in casa c’era una donna di 83 anni autosufficiente ma non molto presente a se stessa. Dovevo accudirla e dovevo essere vigile, nelle mie condizioni per me era impossibile. Ho comunicato al datore di lavoro (il marito dell’83enne) che avrei prolungato la mia assenza e neanche in quel caso si è opposto”.

Maria Stella è stata a casa per due mesi e mezzo. “Sempre in casa – assicura – e tra l’altro, il tutto era ovviamente a mio discapito. Il contratto da collaboratrice domestica non prevede il pagamento dei giorni di malattia. Per 365 giorni all’anno, soltanto 15 di malattia sono pagati. Sapevo che la mia situazione era complicata, ma appena ho potuto ristabilirmi ho chiamato il mio datore di lavoro e gli ho comunicato che avrei potuto tornare a lavorare i primi giorni di febbraio”. A quel punto, però, la doccia fredda: l’uomo di 87 anni, proprietario di un’azienda, le ha fatto sapere che non avrebbe più dovuto riprendere servizio. “Ci sono rimasta male, prima di tutto perché dopo due anni avevamo un buon rapporto, eravamo in confidenza. Poi perché la prima cosa che mi ha detto è che io avevo creato loro problemi. Ho ovviamente ribadito che avevo sempre telefonato per far sapere cosa stesse succedendo e che mai mi era stato detto di aver causato particolari grattacapi in casa. La mia assenza forse è stata un problema per la signora anziana, ma in questi casi di emergenza ci sono le agenzie da contattare nell’immediato” racconta ancora Maria Stella. Subito dopo ci dice che il suo datore di lavoro aveva in realtà trovato una sua sostituta con un contratto a tempo determinato e che aveva deciso di far lavorare lei al suo posto.

“Ho chiamato i sindacati per lamentare le condizioni dei nostri contratti da collaboratrici domestiche. So bene che in tanti non hanno nessun contratto, nessuna tutela e che vengono pagati in nero. So che la mia posizione non è comune, perché il mio datore di lavoro aveva un’attività e non voleva situazioni irregolari a suo carico. Però so anche che un contratto privato del genere sul momento è una garanzia, ma può voler dire restare a casa dall’oggi al domani e non avere alcun tipo di tutela”.

Maria Stella guadagnava 700 euro al mese, lavorando anche durante le feste. “Venivo pagata, ovviamente, ma come sarei stata pagata in qualunque altro giorno dell’anno – spiega – però a me andava bene, ormai ero di casa. Capisco la posizione del mio datore di lavoro: so che con un contratto privato poteva fare quel che riteneva più giusto, ma dall’altra parte mi chiedo come sia possibile in un momento storico del genere non avere alcun tipo di tutela da parte dello Stato per i collaboratori domestici. Persino i sindacati hanno alzato le spalle al telefono. Nessuno ha mai parlato di noi: ho trovato questo lavoro da sola tramite annunci, avrei potuto anche dover sottostare a condizioni che non prevedevano un contratto, ma da questo punto di vista sono stata fortunata. Tutti sanno cosa succede per i collaboratori domestici, però nessuno fa niente per aprire un tavolo sulle nostre condizioni lavorative. Sono stata a casa due mesi perché stavo male come non sono mai stata in vita mia e alla fine il Covid mi ha portato via serenità, salute e anche il lavoro”

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