Perché togliere l’assegno Inps alle persone con invalidità significa emarginarle dal lavoro

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Perché togliere l’assegno Inps alle persone con invalidità significa emarginarle dal lavoro.

Perché togliere l’assegno Inps alle persone con invalidità significa emarginarle dal lavoro. Dopo la comunicazione per cui l’Inps non riconoscerà più l’assegno di invalidità a persone con disabilità parziale che svolgono qualsiasi attività lavorativa, le associazioni si sono rivolte al governo. La richiesta è di modificare la legge in materia del 1971: “Se le persone con invalidità avessero la possibilità di accedere al mondo del lavoro alle pari condizioni di una persona senza disabilità, rinuncerebbero a quell’assegno”, le parole di Vincenzo Falabella, presidente della onlus Fish.

Persino un lavoretto, part-time e al di sotto dei 400 euro mensili, non darà più diritto all’assegno di invalidità. Da metà ottobre, l’Inps ha stabilito che le persone con disabilità parziale (dal 75% al 99%) non avranno più diritto al contributo di 242,84 euro se svolgono qualsiasi tipo di attività lavorativa. In questo modo, l’Istituto di previdenza sociale non ha fatto altro che adeguarsi ad alcune pronunce della Cassazione, adottando un’interpretazione restrittiva dell’articolo 13 della legge 118 del 1971 (modificato con la legge 247 del 2007) e abbandonando quella estensiva, scelta sino ad ora, che riconosceva il diritto al contributo economico anche a chi lavorando non superasse un reddito annuo di 4.931 euro. Un fulmine a ciel sereno che ha colto impreparati molti cittadini che fanno i conti con invalidità parziali, spesso ostacolo per l’accesso al mondo del lavoro. Questo significa “impoverirsi ulteriormente e non ricevere sostegni adeguati”, le parole del presidente della onlus Fish (la Federazione italiana per il superamento dell’handicap) Vincenzo Falabella. Non solo, “significa anche emarginare e cancellare dalla comunità quelle persone che oggi devono ricevere maggiore attenzione da uno Stato civile”, aggiunge a nome della Onlus che, insieme alla Federazione delle associazioni delle persone con disabilità, nei giorni scorsi ha avviato un dialogo con la ministra per le Disabilità Erika Stefani.

L’emendamento alla legge del 1971 sull’assegno di invalidità
Le associazioni, infatti, hanno richiesto di intervenire sulla legge risalente agli anni ’70: “Da allora il mondo del lavoro è cambiato parecchio”, osserva Falabella. Più in particolare le realtà associative hanno proposto al governo un emendamento che elimini l’inciso dell’art. 13 riguardante lo svolgimento di attività lavorativa da parte delle persone beneficiarie dell’assegno di invalidità civile parziale. Attualmente, la norma recita così:

Agli invalidi civili di età compresa fra il diciottesimo e il sessantaquattresimo anno nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74 per cento, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste, è concesso, a carico dello Stato ed erogato dall’INPS, un assegno mensile di euro 242,84 per tredici mensilità, con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’articolo 12.
“Sono fiducioso nel senso di responsabilità politica sul tema”, aggiunge Falabella perché “credo non sia il momento opportuno per toccare le tasche degli italiani, soprattutto di chi, più di tutti, ha sofferto la pandemia”. Le associazioni la definiscono una “stortura” che ha creato non poco scompiglio tra gli iscritti: “Ci hanno chiesto se fosse il caso di avvisare il datore di lavoro o addirittura di licenziarsi, perché purtroppo – spiega Falabella – con l’incertezza del mantenimento del posto di lavoro, una persona con disabilità preferisce avere la certezza della continuità dell’assegno di invalidità”. Per adesso, si resta in attesa che “l’Inps si metta una mano sulla coscienza e aspetti prima di dar corso alla circolare”.

Meno occasioni di lavoro per le persone con disabilità
Una situazione che sembrerebbe paradossale, se si pensa che l’assegno corrisponde a meno di 300 euro mensili. Eppure, per molte persone che svolgono piccoli lavoretti, quella somma fa la differenza: “Posso garantire che, se avessero la possibilità di accedere al mondo del lavoro alle pari condizioni di una persona senza disabilità, rinuncerebbero a quell’assegno”. Oggi però bisogna fare i conti con una legge datata 1971 la cui interpretazione “limita l’accesso al mondo del lavoro per le persone con disabilità”, secondo Falabella. E invece occorrerebbe incentivare e favorire l’accesso al lavoro perché, per le persone con disabilità, un’occupazione non è solo “un elemento di mantenimento economico, ma di inclusione sociale”. Lo sa bene Tiziana Grilli, presidente nazionale di AIPD, l’Associazione italiana per le persone con sindrome di Down, impegnata da decenni sul fronte dell’autonomia lavorativa. “Quando c’è un piccolo lavoro, il più delle volte part-time, è il coronamento di battaglie che famiglie e associazioni hanno portato avanti negli anni”, ricorda Grilli. Le persone con sindrome di Down sono considerate invalidi al 100% e per questo non soffriranno nessun pregiudizio dalla novità introdotta dall’Inps: “Noi abbiamo centinaia di ragazzi con sindrome di Down che lavorano – ricorda Grilli – e in questo momento dovremmo essere esenti da questa discussione, auguriamoci che sia così”. Ciò non toglie che “siamo partecipi di una situazione che ci sembra ingiusta”, le parole della presidente AIPD che sostiene le iniziative avviate dalle Federazioni: “Forse sarebbe il caso che l’Inps le interpellasse – aggiunge Tiziana Grilli – quando c’è da lavorare su prospettive di cambiamento delle pensioni o di quel piccolo sostentamento economico che è talmente minimo che nessuno potrebbe vivere solo con quello”.

 

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