Axel Voss, il relatore per il Parlamento, si dice soddisfatto per la riforma del copyright. Tutto bene dunque no? No e vi spieghiamo perché

La riforma del copyright è stata approvata dal Parlamento Europeo. Axel Voss, il relatore per il Parlamento, si dice soddisfatto tra i molto applausi dell’aula. Tutto bene dunque no? No.

Da diverso tempo vi parliamo della riforma del copyright, ieri in particolare abbiamo mostrato quali erano le varie opzioni presentate dai diversi gruppi parlamentari. Purtroppo hanno prevalso le visioni più conservatrici, più orientate ad ascoltare le richieste di editori e produttori discografici e cinematografici che non quelle della società civile, del mondo accademico e di realtà importanti come Wikipedia.

Cosa non va in questa riforma
La riforma vuole regolare due problemi in particolare: il controllo sulla circolazione delle informazioni online e quello sul caricamento di contenuti coperti da copyright senza autorizzazione. Il problema esiste ma in questo caso la toppa è peggio del buco.

L’art. 11, conosciuto come link tax, è stato venduto dai quotidiani come l’unico mezzo per permettere agli editori di riottenere quegli introiti persi con l’avvento di internet a vantaggio dei grandi player della Silicon Valley. Gli editori lamentano che Google e Facebook incassano anche dal fatto che sul web gli utenti pubblicano link alle notizie dei giornali (sia chiaro: link, non i testi degli articoli, che è già illegale) e questo rende Facebook un bel posto, dove gli utenti spendono più tempo con conseguente aumento degli introiti.

Lo stesso per aggregatori di notizie come Google News, le persone vanno lì, l’edicola digitale, e Google incassa.

Benché il racconto di Davide contro Golia faccia sempre breccia, qui il racconto è falsato e potrebbe avere un finale inaspettato. E a dirlo sono anche i piccoli editori e gli editori online puri che vivono di condivisione di link, di comunità di lettori nate online. Questa norma è una scommessa che parte dal presupposto che poiché i giganti del web hanno i soldi, pagheranno sicuramente. Ma se Facebook e Google (News) non pagano, come già successo in alcuni paesi europei, circoleranno meno notizie perché mancheranno le “edicole virtuali”. La conseguenza diretta sarà minor traffico e meno introiti per quegli editori che tanto hanno voluto questa norma invece di trovare soluzioni vere per un nuovo giornalismo online e di carta.

L’art. 13, ribattezzato dagli attivisti per i diritti online censorship machineimpone alle piattaforme di mettere un filtro quando si caricano i contenuti online, come su YouTube. Finora era il produttore o l’artista che dovevano segnalare se un loro video era online senza consenso. Si vuole con questa norma di fatto invertire l’onere di trovare e rimuovere questi video. In questo caso le richieste sono più comprensibili visto che ogni ora sono caricati milioni di ore di video online nel mondo.

Il problema è che se persino il filtro  di YouTube, che ha una tecnologia simile già in funzione (Content ID) da alcuni anni, si è sbagliato più di una volta rimuovendo ingiustamente video del tutto leciti, ci chiediamo come potranno gli altri evitare errori di questo tipo. Errori che non hanno un call center da chiamare per essere risolti in un paio d’ore. Perché il copyright è materia complicata e richiede degli specialisti. In caso contrario il risultato sarà una minore libertà online e potremmo accorgercene troppo tardi.

Julia Reda del partito dei pirati e sostenitrice di una riforma ben lontana da quella adottata, ha pubblicato il risultato di chi ha votato per l’adozione dei filtri mostrando quanto sia ancora evidente una forte spaccatura anche all’interno degli stessi gruppi parlamentari.

Per l’art. 3 non sono passate le eccezioni sul text and data mining. Questo vuol dire che le imprese non potranno liberamente prendere dati da dare in pasto alle macchine di Intelligenza Artificiale. Con buona pace della competizione con Cina e Stati Uniti sulla next big thing.

Ma non è finita qui. Neanche la Libertà di Panorama è passata. Ovvero non potremo fare liberamente foto a monumenti, palazzi e paesaggi e pubblicarli sui social.

I commenti della politica
Tra gli eurodeputati italiani Pd e Forza Italia hanno votato a favore della riforma del copyright, M5S e Lega contro. Nel Pd però ci sono state alcune mosche bianche come Brando Benifei, che spiega a Wired: “È giusto trovare soluzioni per autori e mondo dell’editoria, ma il testo uscito presenta notevoli problemi. Anche la libertà di panorama e le eccezioni sul Text and Data Mining non sono passate. È una sconfitta per chi voleva un approccio più equilibrato. Una riforma del copyright è necessaria ma questa rischia di essere controproducente. Mi auguro che nel trilogo con gli Stati Membri si riesca a recuperare qualcosa“.

Dal Parlamento Italiano arrivano anche i commenti critici del governo nella veste di Gianluca Vacca, sottosegretario al Mibact (Ministero delle attività culturali).

 

Questi i prossimi passaggi nell’iter legislativo prima della pubblicazione del testo finale. L’approvazione finale potrebbe arrivare a gennaio, ma di solito queste scadenze non sono mai rispettate. Staremo a vedere.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia, per ora la palla passa al governo italiano che si è schierato contro il testo uscito, come scritto da Luigi Di Maio su Facebook: “Per me è inammissibile. La rete deve essere mantenuta libera e indipendente ed è un’infrastruttura fondamentale per il sistema Italia e per la stessa Unione Europea. Per questo, come ho già detto, ci batteremo nei negoziati tra i governi, in Parlamento europeo e nella Commissione europea per eliminare questi due provvedimenti orwelliani. E, statene certi, alla prossima votazione d’aula la direttiva verrà nuovamente bocciata“.