Omicidio Simonetta Cesaroni. “L’omicidio di via Poma rappresenta una sconfitta per tutto il sistema giudiziario italiano, una sconfitta per lo Stato. L’indagine si può riaprire in qualsiasi momento ma a questo punto serve un segnale dalla Procura che in questi ultimi anni però non è arrivato”. Così a pochi giorni dall’anniversario dell’assassinio di Simonetta Cesaroni, il legale della famiglia,  l’avvocato Federica Mondani.

Era il 7 agosto 1990 quando il corpo di Simonetta Cesaroni veniva ritrovato sul pavimento dell’ufficio di via Poma, in una torrida Roma semivuota. Da allora sono passati 30 anni, ma ciò che sappiamo dell’assassino della giovanissima segretaria romana, è rimasto immutato: niente. “L’omicidio di via Poma rappresenta una sconfitta per tutto il sistema giudiziario italiano, una sconfitta per lo Stato. Per la famiglia il dolore non cambia, hanno questa ferita che non si chiuderà mai anche alla luce di alcuni dubbi che non sono stati sgombrati” così l’avvocato Federica Mondani, legale dei familiari di Simonetta Cesaroni uccisa con 29 pugnalate nell’ufficio dove lavorava da sola un pomeriggio di agosto.

“L’indagine si può riaprire in qualsiasi momento ma a questo punto serve un segnale dalla Procura che in questi ultimi anni però non è arrivato”, conclude il legale. Con gli scarsi strumenti scientifici in possesso all’epoca e il particolare con l’esame del DNA basato unicamente sul gruppo sanguigno, arrivato nel 2008, molte tracce biologiche furono sottovalutate, come affermato anche dall’ex comandante dei RIS, Luciano Garofano. L’auspicio del legale è dunque poter riesaminare tutto oggi, con i potenti mezzi in possesso degli specialisti forensi, facendo chiarezza anche sul famoso ‘morso’, ovvero la lesione impressa sul seno della vittima sulla quale si basò anche il processo a carico dell’allora fidanzato della vittima, Raniero Busco, giudicato colpevole in primo grado e assolto in via definitiva solo pochi anni fa.

Simonetta venne aggredita in ufficio il pomeriggio del 7 agosto, mentre lavorava da sola alla contabilità per conto del suo datore di lavoro Salvatore Volponi. Fu tramortita con un colpo fortissimo al capo, denudata, pugnalata in più punti del corpo, anche nei genitali. Nella rosa dei sospettati all’epoca finì il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore, fermato e poi rilasciato come presunto omicida per venire accusato in seguito di favoreggiamento, per aver ripulito la scena dal sangue, accusa mai dimostrata. Morì suicida poco prima di fornire la sua testimonianza al processo a carico di Busco.