Obbligo del vaccino. Non abbiamo ancora un vaccino per la Covid-19 e non sappiamo neanche in che tempi ne avremo uno sicuro e affidabile. Nel frattempo, però, la politica italiana riesce a dividersi su un tema di cruciale importanza: l’obbligatorietà o meno della vaccinazione, scelta che non resterà priva di conseguenze.

Va avanti ormai da settimane un complesso dibattito sull’interpretazione dei dati dei contagi da coronavirus, che vede autorevoli analisti e medici di chiara fama schierati su fronti contrapposti o quasi. Se da un lato c’è chi evidenza come la pandemia sia tutt’altro che cessata e come i contagi “di importazione” rappresentino un pericolo concreto (le ordinanze delle Regioni e l’intervento dello stesso ministero della Salute vanno in questa direzione), dall’altro c’è chi sostiene che la situazione in Italia non sia preoccupante, dal momento che non vi è pressione sui sistemi ospedalieri (i numeri dei pazienti in terapia intensiva sono oggettivamente bassi) e che sussistono le condizioni per tenere sotto controllo i focolai. Al netto delle boutade sul “virus che ha perso forza” e che starebbe per scomparire da solo “come la Sars”, che non hanno consolidati riscontri scientifici (altra cosa è la maggiore capacità dei sistemi sanitari di prendere in carico e curare i malati), va evidenziato come permanga una grande incertezza sullo sviluppo della pandemia nel nostro Paese per i prossimi mesi. Lo stesso Governo sta lavorando su 4 scenari potenziali, che prevedono decorsi diversi per gravità e impatto sulla popolazione e sulle strutture sanitarie, in modo da non trovarsi impreparato nelle prossime settimane, soprattutto in relazione alla riapertura delle scuole. È opinione comune, invece, che la partita più importante sia quella per lo sviluppo del vaccino: dopo l’annuncio della Russia, anche altre aziende private hanno fatto sapere di essere a buon punto (sono attualmente 7 i vaccini nella fase tre della sperimentazione) e c’è già la corsa fra gli Stati per accaparrarsi le dosi necessarie per la copertura della popolazione. Corsa inevitabile, anche se spesso ci si dimentica che, come spiegava Hartnett, “l’unico modo per sfuggire davvero alla pandemia di COVID-19 è raggiungere l’immunità di gregge su larga scala, cioè ovunque, non solo nelle poche zone dove i contagi sono stati più numerosi, ed è probabile che questo succeda solo quando un vaccino sarà largamente diffuso”.

In questo contesto, nel panorama politico italiano si inserisce un dibattito se possibile ancora più complesso, quello sull’obbligatorietà o meno del vaccino. O meglio, il dibattito in realtà sarebbe interessante e probabilmente necessario, se non rispondesse a strategie e tatticismi politici più che a una reale esigenza collettiva. Un indizio in tal senso è rappresentato dalle tempistiche della polemica, sollevata in particolare da Matteo Renzi dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale non ritiene che il vaccino “debba essere obbligatorio, ma deve essere messo a disposizione di tutta la popolazione”. Renzi ha avviato una mobilitazione pubblica, con tanto di raccolta di firme, affinché il vaccino sia reso obbligatorio, ipotizzando che il governo rischi di farci fare dei passi indietro nella nota al coronavirus pur di “strizzare l’occhio ai No-Vax”. Il punto è che la posizione del governo non è nuova, ma nota da mesi. Il ministro della Salute Roberto Speranza a inizio luglio spiegava: “Personalmente penso che, soprattutto per le persone di età adulta, l’idea dell’obbligo del vaccino debba essere considerata con grande cautela e con prudenza. La mia impostazione non è quella di natura securitaria che punta sull’obbligatorietà. Credo che dobbiamo costruire un rapporto di fiducia coi nostri cittadini”. Perché tornare a parlarne ora e in questo modo “ultimativo”, dunque? Perché aprire un terreno di scontro in cui far scatenare opposte tifoserie?

La questione dell’obbligo, per dirla in altri termini, è di grande interesse non per i suoi risvolti politici, ma per tutto ciò che a essa è correlato. Alcune voci autorevoli sottolineano come si tratti di una discussione prematura, dal momento che non c’è ancora un vaccino sicuro ed efficace, né sono chiare le tempistiche e le modalità con cui ci si arriverà. Eppure si sta già giocando una partita molto complessa, che chiama in causa equilibri geopolitici internazionali e rapporti fra privato e pubblico nel campo della ricerca scientifica e dello sviluppo farmaceutico. Come spiega anche Ilaria Capua, uno dei problemi principali è rappresentato dal fatto che non ci saranno abbastanza dosi di vaccino per tutti e potrebbero passare mesi prima che le aziende siano in grado di produrne in numero sufficientemente ampio. Alcuni Stati hanno già investito centinaia di milioni di euro per prenotare dalle aziende dosi di vaccini (senza avere la certezza che funzioni) e avere così una corsia preferenziale nella somministrazione ai propri cittadini; altri hanno provato a “mettersi in proprio”, stringendo protocolli e accordi con centri universitari e strutture private. Non è difficile ipotizzare che si vada verso uno scenario in cui la vaccinazione sarà possibile “prima” (si spera non “solo”) nei paesi più ricchi, peraltro con un prevedibile scaglionamento delle dosi anche all’interno degli stessi (un’eventualità già preannunciata dal ministro Speranza, secondo cui “quando avremo le dosi disponibili saranno poche e andranno in primis a operatori sanitari e anziani fragili). C’è poi la questione della gratuità del vaccino, che in Italia diamo per scontata ma che potrebbe non esserlo per altri Paesi e che aprirebbe la strada a una serie di problematiche di enorme complessità (anche per quanto concerne la questione dell’immunità di gregge). Poi, c’è l’enorme incognita legata alla “proprietà intellettuale sulla formula del vaccino”, ovvero alle modalità con le quali l’azienda che arriverà per prima metterà a disposizione brevetto e possibilità di riutilizzo. Infine, bisognerebbe allargare il discorso al concetto di “protezione”, capendo in che modo tutelare anche quei soggetti che, non potendo vaccinarsi, sarebbero esposti in modo drammatico in caso di mancata copertura vaccinale del resto della popolazione.

Insomma, tutte questioni che verrebbero “prima” della discussione sull’obbligo vaccinale (che chiama in causa etica e limiti del potere coercitivo dello Stato), ma che in qualche modo sono connesse. Perché l’obbligo immediato di vaccinarsi contro il coronavirus determinerebbe l’adozione di strategie diverse da parte dello Stato che decidesse di imporlo. In primo luogo, immaginando che sia questa la scelta italiana, dovremmo avere a disposizione un numero sufficiente di dosi e implementare una struttura in grado di assistere e monitorare i cittadini in un tempo sufficientemente ampio e per un tempo sufficientemente ampio. Non semplicissimo, per tutto ciò che abbiamo visto prima. In secondo luogo, bisogna considerare che anche nel caso in cui la sperimentazione avesse successo e il vaccino fosse dichiarato sicuro, non bisognerebbe abbandonare l’approccio prudenziale, soprattutto senza la certezza di controindicazioni nel caso di somministrazione a tappeto per tutte le fasce di popolazione. Detto in altre parole, c’è sempre un rischio determinato dalle fughe in avanti rispetto a protocolli e pratiche attinenti alla sfera sanitaria, che è dovere delle istituzioni valutare in tutta la sua complessità.

La discussione sull’obbligatorietà del vaccino nei tempi e nei modi che le istituzioni scientifiche riterranno corretti, dunque, è certamente prematura, ma necessaria, se depurata dalla speculazione politica e da una certa tendenza alla semplificazione mostrata anche dai nostri governi negli ultimi anni. Non sfuggirà, infatti, che la capacità di creare un clima di fiducia nei confronti della scienza (e delle istituzioni in generale) è preferibile a qualunque obbligo, proprio perché rinsalda quel patto fiduciario coi cittadini che è alla base della nostra società.