Niente assegno di invalidità se la persona disabile lavora, il cambio di passo dell’Inps

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Niente assegno di invalidità se la persona disabile lavora, il cambio di passo dell’Inps.

Niente assegno di invalidità se la persona disabile lavora, il cambio di passo dell’Inps. L’Inps ha fatto sapere che l’assegno mensile di invalidità “sarà liquidato solo nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario”. Si tratta di un cambio di passo rispetto al passato in cui l’Istituto di previdenza sociale riconosceva un’interpretazione estensiva alla norma, ammettendo al contributo anche chi svolgesse attività lavorativa senza superare il tetto massimo di 4.931 euro all’anno. Intanto, le associazioni criticano la scelta e chiedono un intervento delle istituzioni “per sanare questa stortura”.

L’assegno di invalidità sarà riconosciuto solo a chi non svolge alcun tipo di attività lavorativa. Il contributo mensile di circa 290 euro non sarà più erogato alle persone con disabilità non grave che lavorino, neanche se la retribuzione percepita non superi il totale annuo di 4.931 euro fissato come condizione per ottenere l’assegno. È la novità introdotta dall’Inps che, in un messaggio del 14 ottobre, ha comunicato che l’assegno mensile di assistenza “sarà liquidato, fermi restando tutti i requisiti previsti dalla legge, solo nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario”. Insomma, l’inattività lavorativa diventa un requisito per ottenere il sostegno alla pari della stessa disabilità. E le conseguenze non sono certo da sottovalutare perché questo cambio di rotta significa che una persona con disabilità deve cercare di sopravvivere facendo affidamento sul solo contributo economico che non supera i 290 euro. Nel caso in cui, invece, trovasse un impiego lavorativo – seppur pagato poco – perderebbe il diritto all’assegno.

Assegno di invalidità solo per chi non lavora
In realtà è la stessa previsione normativa a stabilire come condizione per ottenere l’assegno di invalidità, il mancato svolgimento di attività lavorativa. L’articolo 13 della legge 118 del 1971 (modificato con la legge 247 del 2007), infatti, dispone che:

Agli invalidi civili di età compresa fra il diciottesimo e il sessantaquattresimo anno nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74 per cento, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste, è concesso, a carico dello Stato ed erogato dall’INPS, un assegno mensile di euro 242,84 per tredici mensilità, con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’articolo 12.
Il punto è che, fino ad oggi, era stata data un’interpretazione estensiva della norma nella parte in cui si riferiva all’inattività lavorativa. L’Inps, infatti, ammetteva al contributo economico anche persone con disabilità che svolgessero attività lavorativa purché fossero iscritte alle liste di collocamento mirato e a condizione che il lavoro non determinasse una retribuzione annua superiore a 4.931 euro, considerato il limite oltre il quale non si aveva più diritto all’assegno. Il cambio di passo dell’Inps, in senso più restrittivo, si rifà a due pronunce della Corte di Cassazione secondo cui “il mancato svolgimento dell’attività lavorativa integra non già una mera condizione di erogabilità della prestazione ma, al pari del requisito sanitario, un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale, la mancanza del quale è deducibile o rilevabile d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio”.

Le associazioni chiedono l’intervento del Parlamento
Un risparmio residuale per le casse dell’Inps, ma un impatto grave per molte famiglie. Commentano così la novità CoorDown, il Coordinamento nazionale delle associazioni delle persone con Sindrome di Down e Uniamo, la Federazione delle Associazioni di persone con malattie rare. Parlano di “una scelta che in questi giorni sta gettando nello sconforto molte persone e molte famiglie”. E aggiungono: “Una scelta miope che sospinge le persone all’autoisolamento, alla rinuncia di percorsi di autonomia, di inclusione”. Le conseguenze, secondo le associazioni, sarebbero allarmanti non solo per le singole persone con disabilità, ma anche per le loro famiglie: “L’impatto è grave per le persone con disabilità già a bassissimo reddito, per le loro famiglie, per la possibilità di svolgere lavori con orari limitati e magari con finalità più terapeutiche e socializzanti che di reale sostentamento”. Per questo, l’appello alle istituzioni, affinché Parlamento e governo intervengano “per sanare questa stortura a tutela dei più fragili, dei più poveri, dei più esclusi e anche per restituire un segnale positivo a favore dell’occupabilità delle persone con disabilità”.

 

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