Negozi chiusi alla domenica: quanto può costare tra incassi, consumi e lavoro

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Le associazioni di categoria calcolano gli effetti che una chiusura alla domenica potrebbe provocare sull’occupazione e sui fatturati

Settimana scorsa la deputata della Lega Barbara Saltamartini, presidente della commissione Attività produttive, ha incardinato la discussione di na proposta di legge per rivedere la liberalizzazione sulle aperture dei negozi alla domenica, voluta dal governo Monti nel 2013 con il decreto Salva Italia.

Nelle intenzioni del governo, la revisione della legge è volta a restituire ai “cittadini e alle famiglie una dimensione socio-economica più a misura d’uomo, riscoprendo il gusto e il valore della domenica e delle festività”, ha dichiarato Giorgia Andreuzza, capogruppo leghista della commissione attività produttive. Inoltre dovrebbe tutelare le piccole attività contro la grande distribuzione, che invece aveva beneficiato delle liberalizzazioni volute da Monti. Ma la proposta fa discutere.

Chi è a favore
È soprattutto sui dati e sulle stime che le associazioni di categoria si dividono. A favore della chiusura dei negozi la domenica si schiera Fida (Federazione italiana dettaglianti dell’alimentazione) di Confcommercio.

Per la presidente, Donatella Prampolini, “la totale deregolamentazione ci ha sempre trovati contrari perché non garantisce il mantenimento della pluralità commerciale, creandodi fatto una disparità a favore delle grandi superfici,che possonoutilizzare la turnazione del personale“.

Chi è contro
Di tutt’altro avviso è invece la grande distribuzione, che difende le aperture domenicali e mette in guardia sulle ricadute in termini occupazionali.

“La domenica è diventato il secondo giorno di incasso settimanale e noi registriamo 12 milioni di presenze nei nostri negozi

”, ha dichiarato il presidente di Federdistribuzione, Claudio Gradara. Per l’associazione una revisione delle aperture alla domenica potrebbe costare tra 30mila e 40mila posti di lavoro. Contro la chiusura dell’1,9% dei piccoli negozi dal 2012, come ha riconosciuto lo stesso Gradara al Corriere della sera.

L’associazione prevede anche un “calo dei consumi, un fattore che peraltro non ha ancora consolidato un robusto percorso di sviluppo, se consideriamo che le vendite al dettaglio misurate dall’Istat per i primi 5 mesi del 2018 sono in calo del -0,2%“.

Anche Ancd/Conad (Associazione nazionale cooperative dettaglianti) vorrebbe mantenere le aperture domenicali, perché, oltre ai dati positivi sui consumi, il ritorno alle chiusure potrebbe avere effetti negativi soprattutto sull’occupazione. Secondo le stime di Confimprese riportate dal Sole 24 Ore, infatti, la chiusura domenicale comporterebbe una contrazione di fatturato del 10% con conseguente taglio dei dipendenti, che oggi nel settore sono 450mila anche grazie alle aperture nei giorni festivi. Francesco Pugliese, amministratore delegato di Conad, ha ipotizzato circa 40/50mila licenziamenti in conseguenza all’approvazione della legge.

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