Lo strano suicidio del brigadiere Santino Tuzi, il supertestimone del delitto di Arce

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Lo strano suicidio del brigadiere Santino Tuzi, il supertestimone del delitto di Arce.

Lo strano suicidio del brigadiere Santino Tuzi, il supertestimone del delitto di Arce. Santino Tuzi, 59 anni, brigadiere di Arce, viene trovato nella sua auto con il petto squarciato da un colpo sparato dalla sua Beretta d’ordinanza l’11 aprile 2008. Avrebbe dovuto testimoniare sul delitto di Serena Mollicone, la studentessa 18enne trovata morta in un boschetto di Fonte Cupa, ad Arce, 7 anni prima.

Seduto al posto di guida, un braccio steso lungo il corpo, l’altro ripiegato sul freno a mano, il petto squarciato da un proiettile. Santino Tuzi, 50 anni, brigadiere, viene ritrovato così a bordo della sua auto parcheggiata sul greto del Liri, ad Arce, la mattina dell’11 aprile 2008. Un altro morto in quella valle di misteri e fantasmi, dove efebi ragazzini di 11 anni e giovanissime donne muoiono uccisi senza un perché, da mani sconosciute.

SOMMARIO
•Atroci sospetti
•Il segreto
•L’omicidio di Serena Mollicone
•La caserma di Arce
•L’ultimo giorno del brigadiere Santino Tuzi
•Il suicidio
•L’epilogo: 2020, istigazione al suicidio

Atroci sospetti
Un brivido corre lungo la schiena dei colleghi e degli amici di Santino quando si diffonde la notizia della sua morte. Marco, l’amico di una vita che aveva tenuto a battesimo i figli, si precipita sulla diga. “L’avete ammazzato voi, sapeva troppe cose!”, urla disperato. Con quel ‘voi’ rivolto ai colleghi del povero Santino, si riferisce ai carabinieri dell’Arma. Quello che ‘sapeva’ Santino non è difficile immaginarlo, ad Arce lo sanno tutti, si tratta dell’omicidio di Serena Mollicone, la diciottenne trovata cadavere in un boschetto di Fonte Cupa con la testa insacchettata nelle buste di plastica dell’Eurospin e le mani e i piedi legati con scotch e fil di ferro, sette anni prima.

Il segreto
Sul quel delitto, alcuni giorni prima di morire, il brigadiere era stato sentito come persona informata sui fatti dalla Procura di Cassino, che aveva riaperto le indagini. La mattina del 28 marzo, prima di andare a riferire dell’omicidio di Serena, Tuzi aveva detto al telefono a una persona vicina – in quel momento intercettata – che quella sarebbe stata la volta che gli avrebbero ‘messo le manette ai polsi’. Cosa aveva da temere il brigadiere? Anche qui la risposta è semplice. La Procura era evidentemente convinta che proprio nella testimonianza di Tuzi risiedesse la chiave del delitto della studentessa.

L’omicidio di Serena Mollicone
La mattina del 1° giugno 2001 Serena era uscita di casa, ad Arce, per andare a fare degli esami dentistici. Era stata vista da diversi testimoni in mattinata, alle 11 si era poi diretta in un altro posto, la caserma dei carabinieri di Arce, dove in servizio all’ingresso c’era il brigadiere Santino Tuzi. Ascoltato dagli inquirenti, il militare non dichiara subito di aver visto Serena, anzi, in un primo momento nega anche di conoscerla. Solo in un secondo tempo ammetterà che dall’alloggio del comandante Mottola gli avevano dato ordine di lasciar passare una ragazza e che quella ragazza era arrivata alle 11 ed era, con tutta probabilità, Serena. Fin quando è stato presente sul posto, ovvero fino alle 14 e 30, dichiarerà Tuzi, Serena non è uscita da lì. È questa la testimonianza controversa che dovrebbe farlo finire ‘con le manette ai polsi’ o c’è dell’altro? Si tratta dell’inizio anticipato del secondo turno, che lo vede tornare in caserma alle 20 e 30 piuttosto che alle 23?

La caserma di Arce
Di certo c’è che la nuova inchiesta sul caso Mollicone vede nel registro degli indagati il nome del maresciallo, Franco Mottola (originario della Campania), di sua moglie Annamaria e del figlio Marco, che frequentava lo stesso giro di amicizie di Serena. La Procura, evidentemente, vuole essere in grado di scartare la tremenda ipotesi che studentessa sia stata uccisa in caserma, il suo corpo ‘confezionato’ con lo scotch nel carcere e poi gettato nel boschetto dell’Anitrella. Una ipotesi che sarebbe supportata anche dalla presenza, sul corpo di Serena, di un lichene che cresce sulle pareti delle celle della caserma e che invece non si trova tra i rovi del bosco dove è stata abbandonata. Una terribile ricostruzione che avrebbe trovato nella testimonianza di Santino Tuzi un supporto. Guglielmo Mollicone, il papà di Serena è convinto che sia andata proprio così: la figlia è salita nell’alloggio del maresciallo, è stata colpita alla testa e poi soffocata con il sacchetto dell’Eurospin. Il motivo? È stata messa a tacere – secondo Guglielmo Mollicone – perché aveva intenzione di denunciare un traffico di droga in cui Marco Mottola sarebbe stato coinvolto.

L’ultimo giorno del brigadiere Santino Tuzi
L’11 aprile del 2008, il giorno della sua morte, Santino Tuzi è di riposo dal servizio nella caserma di Fontana Liri, dove è stato trasferito da Arce a causa di contrasti con il comandante Gaetano Evangelista (il maresciallo che ha preso il posto di Mottola e ha ripreso le indagini su Serena, ndr.). Verso le 10 riceve una telefonata, si veste ed esce. Ai familiari dice di dover andare ad Arce: “Ci vediamo tra poco”. Alle 11 va in caserma a recuperare una bandoliera. Verso le 12 i carabinieri del comando provinciale di Frosinone chiamano i colleghi di Fontana Liri e ordinano di prendere contatti con il brigadiere. Sono stati allertati da una donna che gli ha chiesto di raggiungere Tuzzi perché è estremamente alterato e ha con sé l’arma di ordinanza. Questa signora, dirà di aver avuto una relazione sentimentale con il brigadiere e quella mattina aveva ricevuto da lui segnali di agitazione. Dopo una serie di telefonate i militari riescono a raggiungerlo in prossimità della diga di Arce, è già morto.

Il suicidio
Secondo la versione ufficiale – ricostruita nel libro L’ultimo giorno con gli alamari di Fabio Amendolara e Maria Tuzi – il brigadiere muore suicida per motivi sentimentali. La signora con cui era a telefono riferirà che quella mattina era passato da casa sua per lasciarle delle rose e dei biglietti. Si sarebbero poi sentiti al telefono quando il brigadiere le avrebbe detto di essere armato e sempre al telefono con lei, avrebbe sparato il colpo mortale. La Beretta, come descritto a verbale dai carabinieri, viene trovata sul sedile accanto a quello del guidatore, in posizione anomala, visto che un suicida non può riporre l’arma dopo essersi sparato al petto. Neanche sulla mano del brigadiere vengono trovati i segni che indicano che abbia usato la pistola, il cosiddetto ‘segno di Felc’. Nella stessa auto viene trovato un telefonino con una seconda utenza telefonica attivata recentemente dal brigadiere, sulla quale i militari non ritengono di dover rilevare dati.

L’epilogo: 2020, istigazione al suicidio
Nel 2017 è stata aperta una inchiesta per ‘istigazione al suicidio’ sulla morte del brigadiere. La difesa della famiglia ha presentato una consulenza grafologica sui biglietti scritti la mattina dei fatti dal brigadiere. L’autopsia sul corpo del brigadiere, all’epoca dei fatti, confermò che si trattava di suicidio. L’anatomopatologa Antonella Conticelli – lo stesso medico che effettuò l’autopsia sul corpo di Serena Mollicone – confermò l’ipotesi del suicidio.Il consulente della Procura, Costantino Cialella, invece, preferì non esprimersi. Nel 2020, tre anni dopo, la morte di Santino Tuzi, verrà affrontata nel processo per istigazione al suicidio a carico del luogotenente Vincenzo Quatrale, imputato anche per l’omicidio di Serena Mollicone, in concorso con Franco Mottola e altre tre persone.

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