In India decine di persone sono state uccise sulla base di leggende metropolitane diffuse via smartphone. Whatsapp è responsabile o è un comodo capro espiatorio?

Da circa un anno in India ci sono state decine di linciaggi, e il denominatore comune a tutti è Whatsapp. Piccoli gruppi di persone vengono attaccati da decine, a volte migliaia, di individui e brutalmente assassinate sulla base di storie false in circolazione sul servizio di messaggistica di Facebook. Questo tipo di linciaggi sono iniziati nella primavera del 2017, ma è quest’anno che ci sono stati i fatti più sanguinosi.

Grazie a Wikipedia, si può capire la portata del fenomeno guardando la tabella che riporta gli attacchi, le vittime, il numero di assalitori sulla base degli articoli sui giornali indiani in lingua inglese. Decine di attacchi, in gran parte degli Stati indiani, si sono succeduti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, ma in qualche caso ci sono stati due attacchi nello giorno. Al netto di possibili errori in queste fonti, il bilancio attuale è di 46 morti e 43 gravemente feriti.

Leggende metropolitane
La stampa, occidentale e indiana, in generale ha dato ampio risalto al ruolo di Whatsapp in questi eventi sanguinosi, e in questo non ha fatto altro che rispecchiare l’atteggiamento delle forze dell’ordine e del governo.

Da subito, infatti, si è cercata una pallottola d’argento tecnologica per sopprimere la diffusione di quelle delle cosiddette fake news. Per esempio il programma di messaggistica è arrivato a limitare l’inoltro a 5 contatti, ma ha anche fatto capire chiaramente che questo non sarebbe bastato.

Ma qual è il contenuto di queste informazioni virali che spingono le persone addirittura a uccidere? Più che di fake news, si tratta di vere e proprie leggende metropolitane, di una tipologia ben nota anche fuori dall’India.

Si parla di gruppi di estranei che rapirebbero i bambini e/o di furto dei loro organi. Anche da noi questo genere è ben conosciuto: quest’anno, per esempio, è circolata per l’ennesima volta la segnalazione di un furgone bianco appartenente a un pedofilo. La diffusione è avvenuta (anche) via Whatsapp, ma narrazioni del genere sono sempre esistite, qui come negli altri paesi. Servizi come Whatsapp sono indubbiamente dei facilitatori, ma ha senso puntare il dito solo sulla tecnologia, e al tempo stesso pretendere da essa una soluzione?

Salto della rana
Un reportage pubblicato il 9 settembre su Buzzfeed, che da tempo segue la crisi, aiuta a capire la complessità del problema. Non è la prima volta che esplode una violenza di questo tipo sulla base di voci prive di basi. Per esempio nel paese esiste una lunga tradizione di caccia alle streghe, ancora oggi torturate e uccise. Accadeva quindi anche prima dell’arrivo di WhatsApp, e anche in questo caso le vittime sono state generalmente esterne alla comunità, minoranze o stranieri. A questo possiamo aggiungere l’enorme diffusione in India della leggenda di Blue Whale nel 2016, in questo caso agevolata dai mezzi di informazione mainstream: la psicosi ha raggiunto livelli tali che le autorità intendevano bandire il gioco, non si sa come.

Se non c’è dubbio che ora WhatsApp in India è il mezzo preferenziale di diffusione delle leggende, per il semplice fatto che uno dei principali mezzi di comunicazione in generale, ma non è certo il solo. Nel villaggio di Rainpada, dove il primo luglio sono state uccise 5 persone, un membro del consiglio del villaggio ha raccontato al giornale che conosceva le voci per passaparola mesi prima del delitto. Armato solo di un vecchio Nokia, non aveva nemmeno accesso a internet. Nelle comunità rurali indiane dove avvenuti i gli attacchi, questo mezzo è arrivato col cosiddetto salto della rana. L’evoluzione tecnologica ha saltato cioè alcune tappe intermedie. Dove c’erano, e ci sono tuttora, insediamenti in gran parte sprovvisti di elettricitàdomestica, sono arrivate direttamente le antenne dei gestori mobili, e con loro gli smartphone. Questa è stata la prima e unica porta di accesso a internet per milioni di persone, e mai prima di allora c’era stata una tale connessione tra i cittadini. In queste aree, però, gran parte della popolazione è poverissima e poco istruita, se non analfabeta: in molti casi non conosce internet al di fuori del servizio di messaggistica, unica finestra sul mondo, tramite il quale ci si scambiano immagini e video, senza poter sapere che alcuni costituiscono rumor letali. Per esempio, riporta Buzzfeed, è bastato un video con una foto dei bambini uccisi dal gas in Siria, accompagnate da un commento audio in hindi, per far credere che ci fosse in giro un killer di bambini.

Il colosso, il governo, i diritti dei cittadini
Sotto la pressione istituzionale, WhatsApp ha preso altri provvedimenti oltre al limite di inoltro. Per esempio ha acquistato pagine dei giornali e spot radiofonici per mettere in guardia gli utenti sulla diffusione delle leggende. Il governo chiedeva però molto di più: rinunciare alla crittografia e rintracciare l’origine dei rumor. WhatsApp si è opposta, perché sarebbe stata una violazione della privacy garantita dal servizio. Sembra paradossale vedere Facebook schierarsi a difesa della privacy, ma al di là di facili ironie pare che anche le autorità indiane, come in gran parte del mondo, si relazionino al problema della disordine informativo con soluzioni che potrebbero minare la privacy e la libertà di espressione. In ogni caso, secondo un articolo di due ricercatori pubblicato da Columbia Journalism Review, sarebbe teoricamente possibile per WhatsApp tracciare l’origine dei rumor senza rinunciare alla crittografia end-to-end.

Ma, di nuovo, è realistico o desiderabile questo lavoro di tracciamento da parte della compagnia, o dare alle autorità l’accesso che chiedono? Produrrebbe qualche risultato, e se sì, a che prezzo? In India il governo può addirittura bloccare localmente l’accesso a internet per motivi di sicurezza: solo quest’anno ci sono stati più di 100 casi, anche per i linciaggi. Lasciare i paesi al buio quando internet è così vitale ha gravi conseguenze economiche, sociali, psicologiche, e non sembra sia servito a molto per le leggende.

Secondo il giornalista indiano Mihir Sharma, su Bloomberg:
“La verità è che, sotto governi di ogni colore, noi indiani ci linciavamo a vicenda molto prima che Whatsapp arrivasse a rendere più facile radunare folle assassine. Allora e oggi, gli stranieri e i gruppi marginalizzati come i lavoratori migranti, le tribù di nomadi, e specialmente i musulmani sono stati bersagliati. In alcuni dei casi più penosi e tragici, le vittime erano mentalmente disabili.”

Secondo il giornalista ci sono problemi strutturali nel paese, che bisognerebbe affrontare senza sventolare il facile capro espiatorio dei colossi di internet. Tra questi, un personale di polizia sottodimensionato, mal finanziato e addestrato e una classe politica che a propria volta usa le fake news come arma. Un ministro ha addirittura festeggiato il rilascio su cauzione di sei persone accusate di aver ucciso un musulmano durante uno dei linciaggi. Per Sharma è quindi bizzarro che il ministero dell’elettronica e dell’informatica indiano abbia avvertito WhatsApp che “non può scappare dalle proprie responsabilità”