Le varianti mutate del coronavirus possono reinfettare i guariti: lo suggerisce studio italiano

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Le varianti mutate del coronavirus possono reinfettare i guariti.

Le varianti mutate del coronavirus possono reinfettare i guariti. Le persone che hanno superato la COVID-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, potrebbero essere infettate nuovamente da una variante mutata del patogeno. In un esperimento di laboratorio con plasma altamente neutralizzante, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati italiani ha dimostrato che il virus può sviluppare mutazioni in grado di “resistere” agli anticorpi del ceppo originale.

Sulla base della mappa interattiva messa a punto dall’Università Johns Hopkins, alla data odierna, giovedì 7 gennaio, nel mondo sono state (ufficialmente) contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 oltre 87 milioni di persone, mentre i decessi sfiorano quota 1,9 milioni. Benché sono stati tutti infettati dal medesimo patogeno, sono tuttavia coinvolti molteplici lignaggi, alcuni dei quali, come la variante inglese B.1.1.7 (o Variant of Concern 202012/01 – VOC-202012/01) e quella sudafricana chiamata 501.V2, stanno preoccupando scienziati e istituzioni di tutto il mondo. La ragione risiede non solo nella maggiore trasmissibilità, ma anche nel rischio che le mutazioni che li caratterizzano possano in qualche modo rendere inefficaci i vaccini già disponibili (in particolar modo lo si pensa per la variante sudafricana). Ma le differenze rispetto al virus cosiddetto “selvatico” nascondono anche un’altra insidia, ovvero la potenziale capacità di reinfettare coloro che sono già guariti una volta dalla COVID-19, l’infezione provocata dal coronavirus.

A suggerire che le mutazioni che si manifestano casualmente nel virus possano dar vita a lignaggi in grado di reinfettare chi è stato colpito dalla forma originale vi è una ricerca internazionale condotta da scienziati italiani del Laboratorio Monoclonal Antibody Discovery (MAD) presso la Fondazione Toscana Life Sciences di Siena, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della società biotecnologica VisMederi Srl, dell’ARGO Open Lab Platform for Genome sequencing di Trieste, del Dipartimento di Scienze Molecolari dell’Università del Texas di Austin e del Dipartimento di Chimica e Biochimica dell’Università della California di San Diego. Gli scienziati, coordinati dall’esperto di vaccini di fama internazionale Rino Rappuoli di Glaxo Vaccines, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver co-incubato il coronavirus SARS-CoV-2 assieme a plasma altamente neutralizzante di un convalescente con COVID-19.

I virus sviluppano mutazioni in modo naturale, replicazione dopo replicazione, fin quando non compaiono caratteristiche in grado di dar vita a vere e proprie varianti, come appunto quelle inglese e sudafricana. Rappuoli e colleghi hanno osservato che il plasma del convalescente ha totalmente neutralizzato il virus dopo sette passaggi, tuttavia dopo 45 giorni esso ha manifestato una prima, significativa mutazione (tecnicamente una delezione, avvenuta in posizione F140) a livello del dominio N-terminale (NTD) della proteina S o Spike del coronavirus, il “grimaldello biologico” che il patogeno sfrutta per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane, rompere la parete cellulare e riversare l’RNA virale all’interno, processo che dà il via alla replicazione, che è alla base dell’infezione. Al settantatreesimo giorno, spiegano gli scienziati, si è verificata un’altra importante mutazione, “una sostituzione E484K nel dominio di legame del recettore (RBD)”, cui è seguita al giorno 80 “un inserimento nel loop NTD N5 contenente un nuovo sequone di glicano”. Queste tre mutazioni assieme hanno dato vita a una “variante completamente resistente alla neutralizzazione del plasma”. In parole semplici, ciò significa che se una persona già infettata dalla forma “selvatica” del coronavirus SARS-CoV-2 venisse contagiata da questa variante originata in laboratorio, essa svilupperebbe una nuova infezione poiché i suoi anticorpi non le garantirebbero l’immunità. È tuttavia fondamentale sottolineare che stiamo parlando dell’immunità determinata da un’infezione naturale, e non di quella del vaccino, che è di tipo differente (“artificiale”) e si ritiene decisamente più efficace e protettiva, sebbene andranno condotti studi in tal senso.

Nel prosieguo dello studio il virus mutato è stato poi attaccato con diversi anticorpi monoclonali in sviluppo contro la COVID-19, ovvero immunoglobuline semi-sintetiche ingegnerizzate in laboratorio derivate anticorpi dei guariti, e gli scienziati hanno scoperto che alcuni di essi sono risultati efficaci nel neutralizzarlo. Fra essi anche uno in sviluppo proprio presso il laboratorio MAD. “Il fatto molto rassicurante è che l’anticorpo che stiamo sviluppando è capace di neutralizzare la variante virale resistente all’immunità naturale. Questo non garantisce che sia in grado di neutralizzare tutte le varianti che potrebbero svilupparsi in futuro, ma è un segnale molto incoraggiante”, ha dichiarato Rappuoli al Secolo XIX. Il virus continuerà a mutare naturalmente mentre si replica nella popolazione umana, e la speranza è che gli scienziati saranno sempre più veloci del patogeno nel mettere a punto nuovi farmaci in grado di “tenerlo a bada”, fino alla completa eradicazione, che si spera possa avvenire al più presto grazie alla più vasta campagna vaccinale nella storia dell’umanità. I dettagli della ricerca “SARS-CoV-2 escape in vitro from a highly neutralizing COVID-19 convalescent plasma” sono stati pubblicati sul database online BiorXiv, in attesa della revisione fra pari e la pubblicazione su una rivista scientifica (l’articolo è stato inviato a Science).

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