Nel febbraio del 1933 la moglie di un ricco avvocato e sua figlia vengono trovate massacrate e con gli occhi cavati nella loro casa a nord della Francia. Quell’orgia di sangue è opera di due giovani donne, Christine e Léa, cameriere in quella casa da sei anni. In tribunale, dove verranno condannate, emergerà il loro rapporto omosessuale e incestuoso.

Le Mans è una cittadina nel dipartimento di Sarthe nella Loira francese. Con le sue architetture gotiche, i musei e la gara automobilistica annuale, la “24 ore di Le Mans”, immortalata con la famigerata corsa del 1970 in un film di Steve McQueen, oggi vuole essere ricordata solo per la cultura, l’arte e il folklore. Eppure c’è stato un tempo, il decennio 1930 – 1940, in cui il nome della città a nord ovest della Francia risuonava di ribrezzo, angoscia e nausea.

La storia massacro di Le Mans ha inizio con il matrimonio tra una coppia di operai, Gustave Papin e Clémence Derrém, dalla quale, nel 1902, un anno dopo, nasce una figlia, Emilia. La piccola diventa ben presto la seconda tra le passioni malate di suo padre, che al primo posto, dopo il naufragio del proprio matrimonio, aveva messo l’alcol. Ben consapevole degli abusi Clémence manda la bambina in un orfanotrofio cattolico Bon Pasteur, ma poi ha altre due figlie Christine e Léa, anche loro destinate a crescere in l’orfanotrofio dopo aver saggiato gli abusi.

Ormai cresciuta Emilia decide di diventare suora, una strada che Christine vorrebbe seguire, ma deve scontrarsi con il veto di sua madre, che invece vuole metterla a servizio presso una famiglia insieme alla sorella minore Léa. È così che le sorelle Papin fanno il loro ingresso nella casa della famiglia Lancelin.

La soffitta della servitù
Quando cominciarono a servire la signora Léonie, suo marito Renee, un avvocato in pensione, e la figlia nubile Geneviève le ragazze hanno circa vent’anni. Christine lavora come cuoca, mentre a Léa, più introversa e remissiva viene affidata la pulizia della casa. Per sei anni le ragazze lavorano duro, con turni di 14 ore al giorno e solo mezza giornata di riposo a settimana.  Si guadagnano la reputazione di lavoratrici oneste, mentre la loro datrice di lavoro le sottopone a un controllo strenuo, verificando la pulizia delle superfici con un guanto bianco, esaminando il cibo e sorvegliando le loro abitudini, a dire il vero, assai modeste. Le sorelle Papin escono solo la domenica per andare a messa e trascorrono ogni momento libero nella loro stanza da letto, in soffitta, da sole, chiuse in quell’abbraccio che le separa dal mondo come una corazza.

Il giorno del massacro
Poi arriva il 2 febbraio 1933, un giorno qualsiasi per la famiglia Lencelin, l’alba dell’orrore per la Francia. Nel pomeriggio il signor Lancelin esce per andare a trovare un parente mentre le signore, madre e figlia, restano a casa a controllare il lavoro delle domestiche prima di raggiungerlo. Intorno alle 18 e 30, non avendo loro notizie, l’uomo fa ritorno a casa per scoprire cosa abbia trattenuto le due donne. Tutte le luci sono spente, eccetto quella della stanza delle domestiche, dalla cui finestra faceva capolino un barlume. L’avvocato tenta di entrare ma si accorge che il portone è sbarrato dall’interno, così torna sul posto con gli ufficiali di pubblica sicurezza che forzarono l’ingresso.

Oltre la porta, un lago di sangue guida i passi degli agenti fino al raccapricciante spettacolo dei cadaveri martoriati dalla signora e di sua figlia. Agli occhi degli agenti sembra che una belva si sia avventata sulle due donne. Madre e figlia giacciono con i volti completamente sfigurati, gli occhi cavati. Uno dei bulbi, quello di Geneviève, è rotolato accanto al cadavere, mentre quelli della signora sono rimasti avvolti nel foulard che le avvolge il collo. Il massacro si è svolto sui due piani della casa, così i poliziotti si precipitarono al terzo nella convinzione di trovare anche i corpi delle domestiche, ma anche lì la porta chiusa è chiusa a chiave, così la forzano e scoprono le sorelle a letto, abbracciate con il martello ancora sporco di sangue ai piedi del letto.

Il movente
Le ‘belve’ vengono trascinate via dalla polizia e incarcerate in due prigioni diverse in attesa del processo, mentre la Francia intera assiste sconvolta ai funerali delle povere vittime, ripetendosi una sola domanda: perché? Psichiatri, scrittori filosofi, come Jean Genet, Jean-Paul Sartre cercano risposte diverse, alcuni riconducendo quel massacro alla lotta di classe tra il popolo e la borghesia. I lavoratori senza diritti che cavano gli occhi ai padroni, annientando ciò che rappresentano è la lettura ideologica della strage, eppure, sia in tribunale, dove viene celebrato un processo che fa discutere tutta la nazione, sia negli ambienti accademici, dove il delitto viene analizzato dal punto di vista criminologico, appare centrale la componente sessuale.

Un rapporto ambiguo
Il rapporto tra le due sorelle, vittime entrambe di un padre violento e abusante aveva assunto dei connotati sessuali, tanto che quando vengono separate dalla detenzione, Christine, la maggiore, ha una vera e propria crisi di disperazione che la porta a tentare, a sua volta, di cavarsi gli occhi. Del perché due personalità fragili, di cui una, quella di Christine, dominante e prevaricante si fossero contrapposte in maniera così violenta alle vittime, con le quali mai vi erano stati precedenti simili, è un mistero alla quale ancora non si è trovato una soluzione.

Un mistero mai svelato
Condannata alla pena di morte, poi commutata in ergastolo, Christine finisce in suoi giorni in manicomio criminale solo cinque anni dopo. Sua sorella Léa, che secondo i giudici era stata manipolata dalla sorella maggiore, toccano dieci anni di carcere, dal quale esce due anni prima della fine della pena per buona condotta. Tornata libera con una nuova identità ricomincia a lavorare come cameriera a Nantes. Ancora oggi, il movente più accreditato del delitto è un delirio paranoide dal quale le ragazze, fusesi in una sola identità, potrebbero essere state inghiottite. Ancora oggi le speculazioni sul delitto ispirano film, saggi e romanzi, come l’indimenticabile Les Bonnes di Jean Genet.