Le scuole aperte raddoppiano i contagi da coronavirus tra gli insegnanti

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Le scuole aperte raddoppiano i contagi da coronavirus tra gli insegnanti.

Le scuole aperte raddoppiano i contagi da coronavirus tra gli insegnanti. Mettendo a confronto i tassi di contagio tra insegnanti e genitori di studenti di scuole chiuse con quelli di scuole aperte, un team di ricerca svedese ha dimostrato che tenere gli istituti scolastici aperti raddoppia i tassi di infezione tra i docenti, oltre ad aumentare del 30% il rischio di infezione tra i loro partner. Tuttavia la misura ha un impatto relativamente contenuto nella trasmissione complessiva del coronavirus.

La chiusura o la riapertura delle scuole rappresenta uno dei temi più delicati nel contesto della pandemia che stiamo vivendo, poiché se da un lato tenere gli studenti a casa riduce (comprensibilmente) il rischio della trasmissione del coronavirus – non solo nelle aule, ma ovunque per via della riduzione degli spostamenti -, dall’altro si causa un danno enorme ai ragazzi. Diversi studi hanno infatti dimostrato che la didattica a distanza e l’allontanamento dal contesto scolastico stanno avendo un impatto negativo sulla salute mentale, sulla crescita e sulla formazione degli studenti, che stanno anche acquisendo uno stile di vita più sedentario e malsano. Non è un caso che moltissimi esperti spingano per la riapertura delle scuole, raccomandando comunque estrema cautela. Del resto alcune ricerche hanno determinato che tenere aperte le scuole influisce relativamente poco sulla trasmissione generale del virus nelle comunità, mentre uno studio americano ha anche rilevato che tale misura non impatta sulla mortalità generale per COVID-19 (perlomeno in una grande città densamente popolata come New York City). Tuttavia c’è una categoria di lavoratori che paga un prezzo particolarmente salato in termini di contagi quando si mantengono gli istituti scolastici aperti: quella degli insegnanti. Come mostra un nuovo studio svedese, infatti, il tasso di infezione risulta doppio tra i docenti che continuano a tenere lezioni in presenza rispetto a chi sfrutta la didattica a distanza.

La Svezia rappresenta un Paese particolarmente interessante dove condurre indagini epidemiologiche sulla pandemia di COVID-19, poiché è stato praticamente l’unico in Europa a non aver applicato il lockdown durante la prima ondata dei contagi (con esiti infelici in termini di mortalità e protezione della popolazione). Tra le poche misure introdotte dal governo a marzo del 2020 vi fu la chiusura delle scuole secondarie superiori, mentre medie ed elementari rimasero aperte, a differenza della stragrande maggioranza degli altri Paesi. Mettendo a confronto i tassi di infezione registrati tra insegnanti e genitori di studenti al primo anno delle superiori (chiuse) con quelli registrati in insegnanti e genitori di studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria inferiore (aperta), un team di ricerca composto da esperti delle università di Uppsala e Stoccolma ha fatto diverse scoperte interessanti. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Helena B. Svaleryd del Dipartimento di Economia dell’ateneo di Uppsala, hanno infatti determinato che aver mantenuto la scuola secondaria inferiore aperta ha avuto un impatto abbastanza limitato nella trasmissione complessiva del virus rispetto alla chiusura della secondaria superiore, tuttavia è il tasso di contagi da coronavirus SARS-CoV-2 è risultato doppio tra gli insegnanti della scuola rimasta aperta. Su un totale di 39.500 insegnanti della scuola secondaria superiore svedese, in 79 sono stati ricoverati per COVID-19 e uno è deceduto. Se le scuole fossero state chiuse, gli scienziati hanno stimato che i contagi registrati sarebbero stati circa la metà, ovvero 46. Svaleryd e colleghi hanno inoltre scoperto che il tasso di infezioni tra i partner degli insegnanti in presenza risultava essere del 30 percento superiore rispetto a quelli dei docenti che conducevano le lezioni a distanza. Il rischio di infezione tra i genitori dei figli che studiavano all’ultimo anno della scuola secondaria inferiore, infine, era del 17 percento maggiore rispetto a quello dei genitori di figli che seguivano la didattica a distanza. Se le scuole fossero state chiuse, spiegano gli autori dello studio, ci sarebbero stati circa 500 casi di infezione in meno tra i 450mila genitori che avevano figli alle scuole secondarie inferiori.

Questi dati indicano che tenere le scuole aperte rappresenta un rischio relativamente contenuto nella trasmissione complessiva del coronavirus, ciò nonostante essa risulta significativa tra gli insegnanti, che non a caso sono tra le fasce della popolazione cui spetta prioritariamente la vaccinazione. Va tenuto presente che questa indagine è stata condotta con i dati della prima ondata della pandemia, e non tiene contro delle varianti che negli ultimi mesi stanno circolando diffusamente in varie parti del mondo. Essendo più trasmissibili stanno causando un’impennata di contagi anche tra i bambini e gli adolescenti, che possono portare il virus a casa e far accelerare la curva epidemiologica. Per questa ragione in diverse zone d’Italia, dove si è registrato questo boom di positività tra i ragazzi, le amministrazioni locali hanno deciso di chiudere le scuole e far ripartire la didattica a distanza. Trovare un equilibrio tra chiusure e riaperture delle scuole sarà dunque uno dei compiti più delicati del nuovo governo Draghi. I dettagli della ricerca svedese “The effects of school closures on SARS-CoV-2 among parents and teachers” sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica PNAS.

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