Le nuove ragazze non ci stanno no ai rapporti violenti.

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Parla esperta Sabbadini, “crescita coscienza femminile, preferiscono rompere”

Nel nostro paese ogni due-tre giorni una donna viene uccisa per mano del proprio partner o ex partner. La violenza di genere degli uomini sulle donne è un fenomeno ancora grave e preoccupante, ampio il sommerso. Ma fra le più giovani, qualcosa sta cambiando: sembrano più propense a rifiutare un rapporto in cui insulti e violenze psicologiche la fanno da padroni. Non si può parlare di una vera e propria svolta ma di una tendenza che via via sembra prendere corpo e prefigura un certo ottimismo. A tracciare questa ipotesi è Linda Laura Sabbadini, statistica sociale, attenta studiosa di fenomeni sociali, primi fra tutti la violenza maschile sulle donne.
Dagli ultimi dati dell’Istat sul tema (periodo 2006-2014), emerge – rileva la studiosa – che a fronte di percentuali invariate di stupri, femminicidi, ricatti sessuali sul lavoro, c’è una diminuzione del complesso delle violenze. Ma sono le violenze più lievi a calare, sia tra quelle psicologiche come le intimidazioni, il controllo, la svalorizzazione, sia tra quelle fisiche e sessuali. Ciò avviene in particolare nella fascia di età 16-24 anni. Un calo che riguarda di più le giovani, soprattutto coloro che ancora seguono un corso di studi. In otto anni, il calo della violenza fisica o sessuale è evidente (considerando i 5 anni precedenti il 2006 e il 2014), dal 17,1% all’11,9% nel caso di ex partner, dal 5,3% al 2,4% da partner attuale e dal 26,5% al 22% da non partner. La violenza psicologica dal partner attuale è più diffusa tra le giovani, e raggiunge il 35% ma cala anche di più tra loro ed è più elevala se l’autore è un ex (54%). “Questa diminuzione delle forme di violenza più lievi maggiore tra le ragazze – spiega Sabbadini all’ANSA – può far ipotizzare che le ragazze a fronte delle prime avvisaglie di violenza dai fidanzati, interrompono prima la relazione rispetto alle coetanee di qualche decennio fa. Fra le donne adulte invece la violenza subita diminuisce ma meno, perché è più difficile reagire se la violenza ha già conosciuto l’escalation. E’ quindi più difficile mettere la parola fine alla relazione”. Questo potrebbe voler dire che le giovani riconoscono prima la violenza subita, e soprattutto “vivono in modo diverso il rapporto”, non accettano controlli e violenze verbali o psicologiche e chiudono la relazione. “Si può quindi affermare, sulla base dei dati esistenti, che c’è una dipendenza minore rispetto al fidanzato, che c’è crescita di coscienza femminile. Non accettando passivamente comportamenti usurpanti dai propri fidanzati preferiscono rompere. Il tempo dell’accettazione delle donne sembra finalmente non essere più un fatto inevitabile ma mostra un’inversione di tendenza. Non tutte le giovani si comportano così. Spero che queste siano una prima avvisaglia di un cambiamento nei comportamenti che va consolidandosi”.

Rispetto ad altri paesi, si colgono gli stessi segnali? “A livello internazionale, in tema di statistiche su questi temi, l’Italia è molto avanti. Non mi risultano approfondimenti in tal senso. Non esiste ancora un’indagine sulla violenza europea a regime, ora se ne farà una, la prima, dopo tante battaglie dell’Italia. Ma poi? Chissà quando si rifarà. Ci vuole una legge che lo imponga”.
Secondo Sabbadini, tuttavia, “la situazione della violenza resta molto grave nel nostro paese anche se ci sono questi segnali di reazione da parte delle ragazze che possono far sperare. E’ un ipotesi di studio che non risente del fatto che i dati siano di 3-4 anni fa perché su questo tipo di fenomeni non ci possono essere grandi rivoluzioni in pochi anni. Sono fenomeni che cambiano molto lentamente perché hanno a che fare con aspetti culturali e radicamento di stereotipi di genere”.
“La violenza di genere – aggiunge la studiosa – è davvero molto grave, il fenomeno è ancora ampio e diffuso. E’ importante che le politiche sostengano i centri antiviolenza, e potenzino i servizi sanitari, le forze dell’ordine con approcci adeguati formativi. Questo perché è proprio nel momento in cui ci sono le reazioni positive, che bisogna intervenire perché si hanno più probabilità che le politiche abbiano effetto. E’ nel momento in cui c’è presa di coscienza che gli interventi pubblici fanno la differenza”.

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