Il 4 aprile 2003 Salvatore Pollasto, un giovane militare di Casandrino, fu trovato senza vita sui sedili della sua Ypsilon 10 nel comune alle porte di Napoli. Era stato ucciso durante un rapporto sessuale. Gli inquirenti si misero subito in cerca della ‘mantide’.

Alle sette del mattino di venerdì 4 aprile 2003, a Casandrino (Napoli), piccolo centro in provincia di Napoli, qualcuno dà l’allarme: c’è una Ypsilon 10 ferma, all’interno, sul sedile del guidatore reclinato, c’è un ragazzo imbrattato di sangue che sembra privo di sensi. L’auto è chiusa a chiave, lui, giovanissimo, non muove un dito, ha i pantaloni calati, il maglione sollevato. C’è sangue ovunque. Dopo poco nella stradina della periferia industriale si accalcano decine di persone per capire che cosa sia successo. Il ragazzo si chiama Salvatore Pollasto, ha poco di più di vent’anni, è di stanza negli Alpini di Trento. Ed è morto.

Tra la folla vociante raccolta davanti all’utilitaria c’è una ragazza dai capelli scuri che attira l’attenzione della polizia: sembra sconvolta, è in procinto di svenire quando gli agenti le domandano chi è. “Sono la sua fidanzata”, dice con un filo di voce. Anche lei è giovanissima, non dimostra più di 18 anni, è alta, pallida, di una bellezza che non passa inosservata. L’attenzione della polizia si concentra immediatamente su di lei. In quel paesino abituato ai delitti di camorra, le due coltellate letali che hanno sorpreso Salvatore in un momento di intimità rimandano immediatamente allo scenario passionale e lei, Rosa Della Corte, studentessa dell’Alberghiero, è la prima persona a cui chiedere conto.

Rosa e Salvatore si erano fidanzati due anni prima. Lui era un ragazzo attraente già avviato verso la carriera militare, percorsa sulle orme del fratello maggiore, mentre il papà era vigile urbano. Da un anno Salvatore era diventato sottufficiale del genio guastatori in servizio a Trento. Più numerosa la famiglia di Rosa, prima di cinque figli nati quando i genitori erano ancora giovanissimi. Il papà di Rosa portava avanti la famiglia con lavori saltuari, mentre sua moglie, casalinga, si occupava dei figli. Cresciuta in una famiglia semplice, Rosa aveva maturato aspirazioni di una vita da modella che l’avrebbe portata lontano dallo squallore della provincia. A 18 anni, grazie a quella bellezza statuaria, aveva già sfilato per alcune linee di abbigliamento. Tanti corteggiatori, pochi amici e un grande vuoto di solitudine. Poi era arrivato Salvatore, che l’amava e teneva a lei.

La testimone
Lo racconta con semplicità agli investigatori che la sentono in qualità di testimone sin dalle prime ore di indagine. Nell’ingenuità dei suoi diciotto anni, ignorando di essere già l’unica sospettata, si apre con gli inquirenti, racconta loro ogni dettaglio della sua relazione con Salvatore, comprese le sue trasgressioni, le relazioni con altri uomini avute mentre era fidanzata con il lui e la sua bisessualità. Immediatamente vengono convocate le persone menzionate dalla ragazza e chiamate a confermare quanto dice, ma non solo: gli investigatori vogliono conoscere le abitudini sessuali di Rosa.

Ucciso durante un rapporto sessuale
L’autopsia, infatti, ricostruisce che il giovane alpino aveva i polsi legati quando è stato accoltellato – come dimostra la perizia – dal sedile del passeggero. Salvatore è stato ucciso durante o dopo un rapporto sessuale, poi il suo assassino ha ripulito i sedili dalle impronte e si è allontanato con l’arma del delitto, il portafoglio e le chiavi dell’auto della vittima, per simulare un omicidio a scopo di rapina. Sui tappetini dell’auto, però, viene uno slip da donna. Con disarmante candore, Rosa, ammette di essersi appartata nella stradina buia con il fidanzato in cerca di intimità nelle ore precedenti alla tragedia. Cosa è successo poi? Lo ha accoltellato?

La diciottenne nega, racconta di essersene andata sbattendo la portiera dopo l’ennesima sfuriata di gelosia esplosa durante un momento di intimità. Da testimone diventa accusata omicidio. Nel frattempo, gli amanti convocati a riferire sui suoi costumi sessuali, rivelano che Rosa aveva un certo gusto per il sesso violento: graffi, morsi, modi rudi, ma nessuno di loro conferma che fosse sua abitudine ammanettare i polsi del partner.

La ‘mantide di Casandrino’
Intanto il caso diventa mediatico: Rosa è ‘la mantide di Casandrino’, la dark lady di periferia, la vamp assetata di vita e di emozioni, la donna gelida mai sazia di nuove relazioni, la manipolatrice. Un ritratto raffigurato prima dalla stampa poi dall’accusa, secondo la quale Rosa non avrebbe mai provato alcun rimorso, tanto, che nei mesi successivi alla tragedia non aveva mai abbandonato lo stile di vita che aveva avuto durante la relazione con Salvatore.

In aula
Mancano le prove di laboratorio, però: non c’è traccia dell’arma del delitto e sui della ragazza, lavati la sera del delitto con candeggina, non ci sono tracce di sangue. Perfino uno dei testimoni chiave, il metronotte che la riaccompagnò a casa quella sera, non aveva notato macchie rosse né sulla maglietta né sui pantaloni. Il castello indiziario, però, è sufficiente comunque a confermare la colpevolezza della ragazza in tre gradi di giudizio.

‘Il raptus’
La sentenza stabilisce, alla fine, che Rosa ha ucciso, ma senza premeditazione. Un giudizio che appare incongruente, dal momento che Rosa avrebbe dovuto portare con sé il coltello quella sera, oltre alle manette, che la diciottenne non era solita usare. Così come controverso appare il movente. ‘La mantide’ avrebbe ucciso in uno scatto d’ira sopraggiunto quando Salvatore aveva interrotto il rapporto amoroso per l’ennesima sfuriata di gelosia.

L’epilogo
Dopo aver scontato la condanna, oggi Rosa Della Corte è una donna libera e continua  a negare di aver ucciso Salvatore. “Era il mio punto fermo”, ha sempre dettoSolo Rosa può sapere cosa accade quella sera di aprile del 2003 in quella strada senza uscita. Senza uscita come quell’amore.