Debora Rizzato. Operaia di 24 anni, è stata uccisa con sette coltellate alle spalle dall’uomo che l’aveva violentata quando aveva 14 anni. Dopo lo stupro la persecuzione durata dieci anni e culminata nell’agguato omicida. Aveva denunciato le molestie del suo aguzzino più volte, ma i carabinieri dicevano di avere “le mani legate”.

I paesi della fredda vallata biellese, in Piemonte, sono centri residenziali che vivono di piccola imprenditoria, popolati di mobilifici, opifici e fabbriche tessili. In quella zone, negli anni Novanta, girava un corpulento ragazzo dagli occhi scuri, noto per importunare le ragazze del posto. Era aggressivo, violento, molesto: Emiliano Santangelo, era finito nei guai anche per piccolo reati, ma in zona tutti sapevano che la sua ossessione era diretta a una ragazza in particolare: Debora Rizzato.

Violentata a 14 anni
Bionda, occhi chiari, delicata, era una ragazzina dolce e gentile che abitava a Cossato (Biella). Era poco più di una bambina quando, dopo averla molestata più volte, Santangelo l’aggredì e la violentò. Era il 1995, la famiglia Rizzato sporse denuncia, mentre l’uomo continuava a minacciare la ragazza: “Ritira la denuncia o ti ammazzo”. Poi venne condannato a tre anni di reclusione, che scontò. Quando si lasciò alle spalle le porte del carcere era più disturbato e violento di prima. Fu ricoverato all’ospedale San Maurizio Canavese con la diagnosi di disturbo di personalità multipla, poi andò in cura presso il centro di igiene mentale di Ivrea. Uscito tornò nella casa di Carema, nel Torinese dove viveva a pochi passi da quella della madre.

La persecuzione
“Devi stare con me”, urlava a Debora, mentre andava blaterando in giro che fosse la sua ragazza. Intanto, lei era diventata una donna e aveva trovato lavoro in uno stabilimento tessile in località Fila di Traviano, a 30 chilometri da casa, in montagna. Si guardava le spalle, Debora, cercava di difendersi come poteva dal suo stalker, che, oltre a molestare lei, minacciava anche la sua famiglia. A ogni episodio Debora andava in caserma a informare i carabinieri, ma a fronte di un ‘archivio’ zeppo di denunce, si sentiva rispondere sempre la stessa cosa: “Non possiamo intervenire, abbiamo le mani legate”. Bisognava che succedesse qualcosa e alla fine qualcosa successe.

L’agguato
Il 22 novembre 2005, di buon mattino, Debora guidò fino alla fabbrica, scese dall’auto e si guardò intorno come faceva sempre. Il parcheggio era deserto e tranquillo, allora imbracciò la borsa e si incamminò verso l’ingresso. Nascosto in un’auto presa a prestito per l’agguato, c’era lui: Emiliano Santangelo, il suo aguzzino. Scese dall’auto e si avventò su Debora, che non ebbe il tempo di accorgersi che l’uomo era dietro di lei, armato di coltello. Pochi minuti dopo era riversa sull’asfalto in una pozza di sangue. Quando i passanti chiamarono i soccorsi, scambiandola per una vittima della strada, ormai era troppo tardi. I carabinieri non impiegarono molto a identificare e incriminare il suo assassino: conoscevano il suo nome da quando l’aveva stuprata dieci anni prima. In paese quella morte non meravigliò nessuno, tutti sapevano che Santangelo era profondamente disturbato e ossessionato da quella ragazza. L’allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli, porse le scuse dello Stato alla famiglia di Debora.

L’epilogo
Santangelo fu condannato per omicidio. Si è tolto la vita nel carcere di Biella, a 33 anni, dopo un anno di detenzione.