La figlia Adriano Trevisan. “Vittima numero uno del coronavirus. Poi ci sono stati il due, il tre, il quattro…”. Vanessa Trevisan, figlia di Adriano, la prima persona a morire risultando positiva al coronavirus in Italia, racconta il rammarico nel vedere il padre ridotto a una cifra dopo il suo decesso. “Vorrei che mio padre fosse ricordato per come è vissuto, non per come è morto”, ha detto raccontando i giorni prima di scoprire che Adriano fosse stato contagiato.

“Adriano Trevisan non è un numero, non è la prima vittima italiana del coronavirus, non è un nome e un cognome sul giornale. Adriano Trevisan è mio papà. È il marito di mia madre Linda. È il nonno di Nicole e di Leonardo”: così Vanessa Trevisan, ex sindaca di Vo’, ricorda suo papà Adriano, finito sulle prime pagine di tutti i giornali alcuni giorni fa per essere la prima vittima del coronavirus in Italia. Adesso anche Vanessa, 45 anni, è risultata positiva al Sars-Cov-2 insieme alla madre e le due sono costrette alla quarantena in casa per due settimane. In un’intervista con Repubblica la donna racconta, oltre al dolore personale per la perdita per il padre, quello di vederlo diventare “una cifra”. E commenta: “Vittima numero uno del coronavirus. Poi ci sono stati il due, il tre, il quattro… e hanno detto: “però era vecchio”, come se la sua età dovesse attenuare il dolore che provo, come se la sua scomparsa fosse meno importante. È morto venerdì e solo adesso che devo sbrigare le pratiche burocratiche, chiamare la banca, telefonare al notaio, comincio a realizzare. Stamani mi hanno chiesto di inviare il suo documento d’identità, sono andata a frugare nel suo portafogli e ho capito che mio papà non c’è più”.

Vanessa Trevisan ci tiene anche a precisare come, sebbene il volto del padre sia noto a tutti come la prima vittima del coronavirus, la sua salute fosse già compromessa: “Era cardiopatico e debilitato. Il mio vero rammarico è che il nostro medico di base, quando ha cominciato a sentirsi male, non sia voluto salire a Vò per visitarlo. Sosteneva fosse una banale influenza. Stava male già giovedì 13, aveva la febbre e problemi a respirare. Chiamo il dottore, gli riferisco le sue condizioni, ma appunto lui non viene ad auscultargli i polmoni. La domenica, il giorno del suo compleanno, l’abbiamo fatto ricoverare a Schiavonia”. Inizialmente la famiglia non ha pensato potesse trattarsi di coronavirus: “Il medico  ci aveva rassicurato. In ospedale, però, non riuscivano a capire cosa provocasse l’infiammazione ai polmoni che gli impediva di respirare. Ci hanno domandato se aveva fatto viaggi, se aveva la passione del giardino. Per capire se era stato a contatto con fertilizzanti tossici. La dottoressa che seguiva il caso ci diceva di non poter fare il test per il virus perché il protocollo non lo prevedeva per pazienti che non erano tornati dalla Cina, o non avevano avuto contatti con soggetti a rischio. E chi poteva immaginare che Vò era diventato un focolaio?”.

Ma poi sono riusciti a convincere l’ospedale della necessità di fare un tampone, dal momento che tutto il resto era stato escluso: “Gliel’hanno fatto giovedì 20. Venerdì pomeriggio ero in ufficio, mi chiama mio fratello e mi dice che nostro padre ha il virus. Mollo tutto, vado a Schiavonia e trovo il reparto di Rianimazione blindato. La sera è morto. Comunque voglio ringraziare tutto il personale di quel reparto, sono stati angeli: quando papà ha avuto la crisi cardiaca, hanno provato a rianimarlo per 40 minuti. Ben venga l’indagine, ma lui non me lo porta indietro nessuno”. La donna conclude affermando di stare bene, di non avere né febbre né tosse. “Ma mi manca mia figlia e non posso lavorare. Posso solo aspettare”.