Il papà del protocollo Tcp/ip, spiega al festival dell’innovazione fiorentino cosa bisogna fare per completare la Rete: connettività globale, utilità, resilienza e digital literacy

Detto da chi, più di quarant’anni fa, ha inventato il protocollo Tcp/ip che ancora fa girare la giostra, appare paradossale. Eppure Vint Cerf, il papà della Rete, ha intitolato la sua lectio magistralis. The Unfinished Internet. Come a dire che c’è ancora molto lavoro da fare. “Gli sviluppatori di oggi hanno le stesse possibilità che avevamo noi quarant’anni fa”.

Cosa manca, allora, per completare internet? Intanto, “oggi solo la metà della popolazione è connessa”. Occorre insomma connettere ancora mezzo mondo. E la questione non riguarda solo cavi da tirare o postazioni wifi da installare. “Deve avere un costo tale che le persone possano permetterselo. E questo vale specie quanto più ci muoviamo nelle zone più povere del pianeta”. E poi “deve parlare la lingua delle persone in tutto il mondo, contenere informazioni utili a livello locale, permettere ai servizi e alle imprese di varcare i confini.

E avere un’utilità anche materiale. Vogliamo trovare informazioni sulla salute, sull’educazione, avere accesso a servizi forniti dal governo”.

Non basta. La rete “deve essere resiliente. Essere cioè capace di funzionare anche in caso di disastri naturali. E, con le informazioni che viaggiano in cavi appoggiati sul fondo degli oceani, essere in grado di sopravvivere all’innalzamento del livello dei mari legato al riscaldamento globale.

Un altro tema posto da Cerf, necessario per il completamento della rete, non riguarda l‘infrastruttura in sé, quanto i suoi contenuti. Meglio ancora, il futuro di questi ultimi. “Si stima che in rete ci siano 1,7 trilioni di fotografie. Cosa succederà loro tra 100 anni?”. Il punto è che “dobbiamo assicurarci che i contenuti digitali siano preservati per la stessa durata di quelli degli altri media”. Un po’ come gli affreschi del Salone dei 500 di Palazzo Vecchio che ha ospitato l’intervento del papà di Internet.

E poi c’è un altro elemento legato ai contenuti pubblicati: quello delle fake news. “Questo non è un problema tecnico, ma una questione di policy e di comportamento. Usando i social media, avrete notato che le metriche di successo hanno una componente numerica”. Le visualizzazioni di un video su YouTube, ad esempio. Oppure i follower su Twitter, i like su Facebook. Bene, ma “se le persone cercano questo tipo di feedback, allora tenderanno a pubblicare contenuti sempre più estremi”. Con intuibili effetti di inquinamento dell’intero ecosistema. “Dobbiamo trovare un modo di affrontare questo estremismo”.

Ma occorre, più in generale, quella che Cerf ha definito digital literacy. L’esempio? “Se ricevete un’email che sembra arrivare da un amico, che vi invita a cliccare su un link, non solo non dovete farlo. Ma dovete scrivere al vostro amico e chiedergli se è stato lui a scrivervi. In questo modo lo avviserete che qualcuno sta usando il suo account. Non è solo una questione di buona educazione. È una pratica che bisogna insegnare ai bambini“così come si insegna loro di guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada”.

È questo, secondo il suo stesso creatore, ciò di cui c’è bisogno per completare internet. Per il resto, “il futuro non è ancora stato scritto. Ma questo”, ha concluso rivolgendosi ai presenti in sala, “è il vostro compito. Io sono ottimista. E non sarei qui se non lo fossi”.