Il Revenge Porn non è né vendetta né pornografia. Revenge Porn è una violenza di genere a tutti gli effetti, un problema radicato nella cultura prima che nei social media. Dopo l’inchiesta di Fanpage.it sulle chat di Telegram, abbiamo parlato di educazione sessuale e digitale con Silvia Semenzin, ricercatrice e attivista: “Ho cercato di capovolgere il dibattito: non ci si deve concentrare sul ruolo della vittima e sulle sue eventuali ‘colpe’, ma bisogna cominciare a riflettere sul ruolo dei carnefici e sulle cause che spingono migliaia di uomini a incontrarsi online per scambiarsi foto di donne senza il loro consenso”.

Sono anni che sentiamo parlare di Revenge Porn e il dibattito pubblico nel 2019 ha anche portato alla creazione di una legge ad hoc: chi diffonde materiale intimo a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso del soggetto rappresentato rischia ora la reclusione da 1 a 6 anni e una multa che può andare dai 5 mila ai 15 mila euro. Nonostante il quadro normativo da circa un anno tenga conto di quanto questa pratica sia diffusa e pericolosa, la legge non basta. Il problema è culturale ed è profondamente radicato nella società italiana. Il revenge porn oggi è un reato, ma rimane ampiamente diffuso nel nostro Paese. Ci siamo infiltrati in una delle chat di Telegram in cui ogni giorno 53 mila iscritti si scambiano immagini intime di migliaia di ragazze senza il loro consenso, dove commenti denigratori, sessisti e umilianti sono nella norma. Materiale pedo-pornografico, incitazione allo stupro e legittimazione del femminicidio: è questa la quotidianità di alcune chat sul social network.

La polizia postale ha raccontato a Fanpage.it come spesso l’intervento delle forze dell’ordine risulti estremamente complicato, in quanto la piattaforma risponde alla giurisdizione statunitense e non alle leggi italiane. L’autorità non è però impotente e in alcuni casi è riuscita a far chiudere i canali in cui veniva diffuso questo tipo di materiale. Ma spesso per ogni chat chiusa se ne forma un’altra, della stessa natura, dove gli utenti migrano in massa. Ma pensare che il problema sia Telegram non risolve la questione. Che è più legata alla violenza di genere e a una cultura sessista prima che ai social media. Tuttavia, senza dubbio la piattaforma lanciata nel 2013 da Telegram LLC, fondata a Dubai dall’imprenditore russo Pavel Durov insieme al fratello Nikolai, gioca un ruolo nella diffusione del fenomeno. Ma perché proprio Telegram? Lo abbiamo chiesto a Silvia Semenzin, PhD candidate in Sociologia Digitale all’Università degli Studi di Milano e attivista per i diritti digitali che nel 2018 si è fatta promotrice di una campagna contro il revenge porn arrivata fino alla Camera dei deputati.

Perché proprio Telegram?
Insieme alla collega Lucia Bainotti (PhD candidate in Sociologia Digitale all’Università degli Studi di Torino), la sociologa ha portato avanti un’indagine sull’utilizzo di Telegram per la diffusione non consensuale di immagini intime, entrando in 50 chat italiane. Uno studio che ha analizzato la diffusione di questa pratica attraverso la piattaforma, mettendo in primo piano le questione della mascolinità tossica e dell’oggettificazione della donna. “I luoghi virtuali forniscono senz’altro uno spazio alla violenza per diffondersi, amplificarsi e, sotto un certo punto di vista, diventare più visibile. Ma è importante analizzare i comportamenti tossici online mettendoli sempre in relazione con le strutture sociali e culturali preesistenti”, racconta Semenzin a Fanpage.it, sottolineando come “le piattaforme non sono neutrali e la loro architettura riflette senz’altro una serie di valori dominanti nella società che spesso rinforzano stereotipi e discriminazioni”.

Partendo da questo presupposto, nel loro report le due ricercatrici si sono interessate al modo in cui “l’architettura di una piattaforma come Telegram si interseca alla cultura dominante”. Mentre altre piattaforme, come ad esempio Facebook, negli anni hanno iniziato a introdurre politiche più restrittive arrivando a rimuovere specifici contenuti, Telegram può contare su un quadro regolamentare decisamente più allentato. Inoltre, la moderazione dei contenuti fa riferimento alle segnalazioni degli utenti più che a interventi e controlli da parte degli amministratori della piattaforma. “Telegram è una piattaforma di messaggistica criptata che permette la creazione di grandi gruppi di chat (fino a 200.000 utenti) e canali (a numero illimitato), quindi offrendo la possibilità di formare community online molto ampie. Telegram inoltre consente di utilizzare uno pseudo-anonimato: ciò significa che per gli utenti è più difficile essere rintracciati (anche se non impossibile) grazie all’uso di crittografia end-to-end e il fatto che la piattaforma non richieda dati personali oltre al numero di telefono per iscriversi. Per queste ragioni Telegram è diventata una piattaforma preferenziale per lo scambio di materiale illecito”, spiega Semenzin.

Non è goliardia, è violenza
Telegram contribuisce a creare un ambiente in cui un uomo che diffonde video o delle immagini intime senza il consenso della donna ritratta non viene colpevolizzato. Tutte le reazioni vengono trasferite sulla donna, che diventa oggetto del piacere dell’uomo, ma soprattutto della sua violenza. E questa potrebbe essere più diffusa di quanto non pensiamo: “Ad un certo punto, poco più di tre anni fa, vengo a conoscenza dell’esistenza di chat maschili tra alcuni conoscenti, le classiche chat ‘da spogliatoio’, dai nomi tipo ‘Donne tutte puttane’. Decido allora di andare più a fondo e cercare di capire che tipo di materiale venisse condiviso in chat con nomi del genere. Scopro allora che non solo la chat serviva alla condivisione di selfie intimi delle ragazze con cui questi ragazzi uscivano, ma venivano anche raccolti sistematicamente foto, video e addirittura audio intimi, fatti di nascosto con videocamere e microfoni occulti. Il tutto al fine di fare gruppo, fare branco. Perché quando riuscivano a rubare foto intime nuove alle ragazze, si schiacciavano il cinque e si sentivano immediatamente più forti”, racconta Semenzin.

In quelle chat c’erano anche molte ragazze che la ricercatrice conosceva. Ma per aver denunciato il fenomeno e quella che definisce una “violenza sistematica” afferma di essere stata derisa: in molti hanno replicato semplicemente che “i maschi fanno così, si sa”, per cui quelle chat non sono altro che qualcosa di goliardico e fondamentalmente normale. “Questo è esattamente il risultato di quella che in sociologia si denomina cultura dello stupro”, continua Semenzin, che ha deciso di iniziare una campagna per denunciare gli abusi su internet e sensibilizzare sul fenomeno.

Il reato di revenge porn nel quadro normativo
La questione ha ricevuto sempre più attenzione mediatica, ma anche politica. Ed è così che, passaggio dopo passaggio, si è arrivati a una legge contro il revenge porn. La penalizzazione di questa pratica è stata inserita nella legge numero 69 del 19 luglio 2019, nota come Codice Rosso. Presentata nel primo governo di Giuseppe Conte dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e dall’allora ministra della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, la legge mira a tutelare le donne vittime di violenza di genere. “Tuttavia, in Italia siamo ancora lontani dal prendere delle misure serie ed effettive contro questo tipo di violenza, perché ancora la banalizziamo e la sminuiamo. Per questo, ancora non siamo riusciti a concettualizzare collettivamente lo stupro digitale come una forma di violenza massiva contro le donne, ma continuiamo a parlarne in termini di pura violazione della privacy”, rimarca Semenzin.

Che aggiunge poi come troppo spesso il revenge porn venga considerato ancora un problema privato tra due persone, spesso una donna e l’ex compagno che si vendica per essere stato lasciato. “Quello che questi gruppi su Telegram ci dimostrano invece è come la condivisione non consensuale di materiale intimo faccia parte di una violenza strutturale e sistematica contro le donne, frutto di una cultura ancora fortemente patriarcale”, ribadisce però la sociologa. Quando un fenomeno è così radicato nella cultura e nella società, lo strumento giuridico spesso non basta. Non è sufficiente una legge per sradicare una pratica diffusa e in un certo senso legittimata dalla stessa cultura in cui questa si dirama.

Il problema non è Telegram, è una società misogina
E Semenzin lo spiega molto chiaramente: “Il fatto che Telegram fornisca la possibilità di creare gruppi enormi o di nascondersi dietro a uno pseudo-anonimato, permette infatti ad alcuni gruppi di uomini di perpetrare la violenza di genere in maniera più sistematica, addirittura arrivando ad automatizzarla come nel caso dell’uso di bot (che permettono di archiviare materiale nelle diverse categorie, come può essere ad esempio anche il nome di una ragazza; ndr), ma la violenza di genere non nasce con Telegram. Parte tutto dalla socializzazione, dalla cultura. Se capiamo questo, allora capiamo anche che il problema non è soltanto Telegram o il tipo di funzioni che offre: il problema è soprattutto l’uso che se ne fa, che è causato da problemi profondamente radicati nella società”. Nel loro studio le sociologhe parlano di “funzioni genderizzate” delle piattaforma: con questo concetto si vuole sottolineare che proprio quelle funzioni che favoriscono lo scambio tra allargate comunità di uomini di materiale intimo senza il consenso della donna ritratta e permettono loro di denigrarle, insultarle e di fatto abusarle digitalmente, non sono viceversa utilizzate in contesti femminile. Non si è mai sentito (ad oggi) parlare di chat di gruppo in cui 50 mila donne umiliano gli uomini diffondendone immagini intime o video realizzati di nascosto durante un rapporto sessuale.

Non ci si deve stancare di ripeterlo. Il problema non è Internet o i social media: è una cultura e una società in cui il sessismo viene normalizzato. “La condivisione non consensuale di materiale intimo è un’altra espressione di maschilità egemonica. Come nello stupro e nelle molestie sessuali, è il potere ad essere centrale e non il sesso. Anche perché il sesso necessita di consenso e qui è proprio la mancanza di consenso ad eccitare, perché genera la sensazione di star dominando, controllando e in certo senso rimettendo le donne al loro posto”, aggiunge Semenzin. La sociologa sottolinea come il corpo della donna continui ad essere visto solo in funzione del desiderio maschile: viene quindi oggettificato e categorizzato, diventando un prodotto di consumo per gli uomini.

in foto: Screenshot dal gruppo Telegram in cui si è infiltrata l’inchiesta di Fanpage.it.
Una legge non basta, puntiamo sull’educazione
“Non è accettabile che questi atteggiamenti vengano considerati normali. E non è normale che ancora ci vengano venduti come comportamenti goliardici e da maschi”, prosegue. Goliardia non può mai essere sinonimo di violenza. E la violenza non può essere combattuta solo attraverso strumenti giuridici: riconoscerla come reato non è abbastanza. “Per cambiare una cultura ci vogliono tempo e pazienza. Ma anche se gli strumenti culturali agiscono più lentamente,  sanno essere estremamente più efficaci della sola ricerca di punizioni o censura di comportamenti”, commenta Semenzin. La sociologa quindi sottolinea l’importanza di includere sia l’educazione sessuale ed affettiva che quella digitale all’interno delle scuole. “Se in Italia ancora ci rifiutiamo di parlare di genere e sessualità la conseguenza è che i giovani ricerchino nella pornografia le risposte alla propria curiosità (e la pornografia presenta ancora una serie di stereotipi tossici sul sesso)”, aggiunge poi. Sottolineando come anche la terminologia sia importantissima: “Anche chi si occupa di comunicazione dovrebbe cominciare a fare più attenzione ai termini che usa, al modo in cui parla di violenza di genere e alle storie che decide di trattare. Più che focalizzarci sulle storie personali delle vittime facendo sensazionalismo o giustificare i carnefici come spesso succede con le storie di stupro, bisognerebbe parlare di come questi uomini arrivino a sentirsi autorizzati a  compiere determinati atti”.

Revenge porn non è né vendetta né pornografia
In effetti, anche la stessa espressione revenge porn potrebbe rappresentare un problema, andando a interiorizzare nella sua definizione proprio quella cultura in cui prevale un’idea tossica di mascolinità e una colpevolizzazione della vittima. Sì, perché il revenge porn non ha nulla a che vedere con i concetti di  revenge o di porn. Se si parla di vendetta, si dà per scontato che la vittima abbia fatto qualcosa che meriti una punizione, e nemmeno la pornografia ha molto a che fare con la condivisione non consensuale di immagini intime. Questa è una violenza di genere che va chiamata con il suo nome. “Il nostro lavoro ha cercato di capovolgere il dibattito smettendo di concentrarsi sul ruolo della vittima e sulle sue eventuali ‘colpe’, e cominciando invece a riflettere sul ruolo dei carnefici e sulle cause che spingono migliaia di persone a incontrarsi online per scambiarsi foto di donne senza il loro consenso”, conclude Semenzin.

Sottolineando come sia fondamentale in questo senso approfondire le espressioni dell’omosocialità, cioè delle “relazioni tra uomini che rappresentano una importante dimensione nella creazione e validazione della maschilità” in quanto “si ritiene che l’espressione della maschilità e il riconoscimento da parte dei propri pari parta proprio dal disporre del corpo femminile a proprio piacimento”. Una pratica che non può e non deve essere legittimizzata, ma percepita come ciò che effettivamente è: violenza di genere contro le donne.