Sul letto di morte fa i nomi dei carnefici, ma una clamorosa sentenza li assolve, stabilendo che Palmina si era data fuoco con le sue mani per sfuggire alla sorte cui i due volevano costringerla, quella di vendere il suo corpo. Dopo 36 anni la sorella si batte perché il femminicidio venga riconosciuto e si restituisca dignità alla testimonianza della vittima.

Quella di Palmina Martinelli, morta bruciata a 14 anni a Fasano, è una storia durissima e amara, andata in scena in un angolo di Puglia, in una casa abbrutita dal degrado e dalla miseria. Palmina aveva rifiutato di seguire la strada a cui volevano costringerla i parenti, quella della prostituzione. Poco più che bambina aveva progettato la fuga da quella casa dove erano cresciuti i suoi 10 fratelli e dove era infelice, tra il padre alcolista e il cognato violento, dove la picchiavano e volevano imporle di fare “la vita”. Aveva coraggiosamente deciso di andarsene incontro a qualunque destino, purché non fosse quello di vendere il suo corpo, intatto come quello di una bambina. L’11 novembre 1981, dopo aver già tentato la fuga ed essere stata ricondotta a casa a suon di schiaffi dal padre e dal cognato Cesare Ciaccia, marito della sorella maggiore Tommasina, aveva buttato giù una lettera per dire addio alla sua mamma. Ma quel giorno vennero a prenderla in casa il cognato Enrico, compagno della sorella Franca, e il fratellastro di questi, Giovanni, 20 anni, quello di cui la piccola Palmina era innamorata. Volevano trascinarla via con loro, sulla strada, ma Palmina si oppose. La cosparsero di alcol e le diedero fuoco con un cerino. La ragazzina corse in bagno per spegnere le fiamme sotto la doccia, ma il destino volle che l’acqua quel pomeriggio mancasse. E proprio sul piatto della doccia la soccorse suo fratello.

Tutto questo è stata la stessa Palmina a raccontarlo, con le sue parole, stentate e soffocate, dal letto di morte. Quel letto di ospedale dove è rimasta 21 giorni invocando la fine per interrompere le atroci sofferenze che pativa il suo corpo ustionato. È morta il 2 dicembre 1981, dopo aver fatto nome e cognome dei suoi carnefici davanti a un medico e al pm, Nicola Magrone, che registrò e trascrisse la testimonianza. A ridurla così erano stati Giovanni Costantini e Enrico Bernardo. “Che ti hanno fatto?” le chiese il giudice, “Alcol e accendino”, rispose, a significare che l’avevano bruciata viva. Vennero immediatamente indagati il Costantini e il Bernardo, già noti per il fatto di gestire, con la madre Angela Lo Re, un giro di prostituzione a Locorotondo. Enrico Bernardo era il comapagno di Franca, una delle sorelle di Palmina, lei marchiata a sangue con il nome del compagno su una coscia, come a identificare una proprietà e gettata sulla strada a prostituirsi con la minaccia di uccidere la loro figlioletta appena nata. Una storia che preludeva e annunciava quella che sarebbe toccata a Palmina, che a quattordici anni era fresca, bella e vergine. La piccola si era invaghita di Giovanni Costantini, quello che poi avrebbe denunciato come suo aguzzino, all’epoca militare in servizio a Mestre al quale scriveva ingenue lettere d’amore, sognando il matrimonio. Ben presto, però, aveva capito quale sorte avesse in mente per lei. A novembre Palmina smise di andare a scuola e quando le compagne di classe le chiesero il motivo, rispose che in famiglia volevano farle fare “la vita”.“Ma io non la farò mai”, aveva precisato con fermezza. Con l’amica Maria Apruzzese, ospite in un istituto, aveva progettato di fuggire di lì a poco, ma il giorno in cui avrebbero dovuto pianificare la fuga non si presentò. Il giorno seguente venne bruciata.

Il processo ebbe inizio due anni dopo i fatti, nel 1983. Fondamentale fu l’esame della lettera che la piccola lasciò a sua madre, che però fu letta come quella di una suicida. Quel “addio per sempre” scritto in maiuscolo alla fine del foglio venne interpretato come il saluto definitivo. Anche le invocazioni della fine sul letto di morte, anziché lo sfogo disperato di chi non sopporta più le atroci sofferenze patite, venne considerata l’ennesima prova di una volontà suicida. Alla fine, tra l’indignazione e la costernazione generali, sconfessando la stessa denuncia fatta dalla vittima sul letto di morte, la Corte di Brindisi pronunciò una clamorosa sentenza di assoluzione in favore di Costantini e Bernardo ‘per non aver commesso il fatto’. Palmina si sarebbe data fuoco con le sue mani perché non voleva prostituirsi. I due imputati vennero condannati a cinque anni di detenzione per i soli reati di induzione e sfruttamento della prostituzione. Non viene ipotizzato neanche il reato di istigazione al suicidio per chi voleva ridurla in schiavitù. Dal letto di morte dunque Palmina avrebbe mentito? Avrebbe accusato due innocenti di averla bruciata viva? È quello che ipotizza il discusso verdetto dei giudici che a quella piccola martire toglie anche la dignità di vittima.

Dopo quella dolorosa sentenza è la sorella Giacomina a pretendere che venga riconosciuto il delitto. I consulenti dei suoi legali ripartono dalla famosa missiva lasciata dalla piccola alla madre. Quel ‘Per sempre” finale, che i magistrati lessero come suggello della lettera di un suicida, viene analizzato meglio e viene riscontrato che la sola “P” era stata tracciata, a guisa di firma, da Palmina. Le altre lettere erano state aggiunte con un’altra calligrafia, in un secondo momento, per simulare il suicidio, da una mano che viene ritenuta compatibile con quella del Costantini. Tuttavia i due fratellastri denunciati dalla vittima non possono essere indagati né processati una seconda volta. Decisiva potrebbe essere la perizia realizzata dall’anatomopatologo, Vittorio Pesce Delfino, che ricostruisce come, quando le fiamme sono divampate, le mani della piccola si trovassero sul suo volto. Impossibile, dunque, che siano state quelle mani a innescare l’incendio. L’ultima speranza per la sorella di Palmina, oggi, 36 anni anni, è il rigetto della richiesta di archiviazione del caso da parte della corte di Cassazione. Decisivo, da un punto di vista giuridico e umano è che la morte di Palmina venga finalmente riconosciuta come omicidio. Solo così potrebbero essere indagati eventuali complici che abbiano agito in concorso con gli assassini e restituito a Palmina quello per si è battuta con coraggio fino alla morte: la sua integrità morale.