Il coronavirus meno letale per un cambiamento genetico. Analizzando numerosissime sequenze genetiche del coronavirus SARS-CoV-2 ottenute da pazienti di tutto il mondo, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati italiani ha associato l’attuale, ridotta letalità del patogeno alla diffusione di un ceppo mutato, privo di tre amminoacidi. La scoperta dovrà essere confermata da ulteriori e studi.

Scoperto un cambiamento significativo nel patrimonio genetico del coronavirus SARS-CoV-2 che potrebbe spiegare il calo della mortalità da COVID-19 (l’infezione scatenata dal patogeno) osservato dai medici nelle ultime settimane, rispetto a quanto accadeva durante i primi, catastrofici picchi della pandemia. Nello specifico, è stata osservata la diffusione in alcune parti del mondo di un ceppo mutato caratterizzato da una delezione – la perdita permanente di un frammento genomico – a livello del gene che codifica per la proteina Nsp1, intimamente connessa all’aggressività e alla pericolosità del virus. L’analisi di numerose sequenze genetiche ha rilevato che questo ceppo ha perduto nove nucleotidi per un totale di tre amminoacidi, un potenziale cambiamento chiave.

A scoprire la delezione è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati italiani della Scuola di Medicina dell’Università del Maryland di Baltimora (Stati Uniti) e dell’Università Campus Biomedico di Roma, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Flavivirus Laboratory dell’Oswaldo Cruz Institute di Rio de Janeiro, Brasile. Gli scienziati, coordinati dal professor Massimo Ciccozzi dell’Unità di Statistica medica ed Epidemiologia molecolare dell’ateneo romano e da Davide Zella dell’Institute of Human Virology americano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato le sequenze genetiche del SARS-CoV-2 ottenute dai campioni biologici di pazienti di tutto il mondo, caricati nel database internazionale GISAID. Tra gli altri autori della ricerca figurano Francesca Benedetti, Greg Snyder, Marta Giovanetti, Silvia Angeletti e Robert Gallo, quest’ultimo noto in tutto il mondo per aver scoperto il virus dell’HIV assieme a un collega.

“Abbiamo esaminato numerosissime sequenze di Sars-Cov-2 da un database mondiale, raccolte da dicembre 2019 a luglio. E abbiamo scoperto che sta emergendo un ceppo che ha perso un ‘pezzo’: abbiamo rilevato la delezione nella proteina nsp1, implicata nella patogenesi del virus. Una modifica che può averne ridotto la letalità e potrebbe spiegare il limitato numero di decessi rispetto ai contagi che sembrano evidenziarsi in certe aree geografiche”, ha dichiarato ad ADNKronos Salute il professor Ciccozzi. In parole semplici, come indicato, è stato scoperto che la proteina non strutturale 1 (nsp1) ha perso i tre amminoacidi, e poiché essa è coinvolta nella replicazione virale e nella risposta del sistema immunitario, è possibile che la delezione ne abbia ridotto la patogenicità. Questo cambiamento non è stata rilevato in Italia, in Germania e in Austria, ha sottolineato la professoressa Benedetti all’agenzia di stampa, ma si trova in diverse parti del mondo come Svezia, Regno Unito, Brasile e Stati Uniti.

A differenza di una mutazione, una delezione comporta una modifica irreversibile del patrimonio genetico, pertanto se il ceppo interessato si afferma possono determinarsi effetti positivi come appunto una riduzione della letalità. È interessante notare che i coronavirus del comune raffreddore presentano delezioni nella regione detta C-terminale del gene legato a Nsp1, e studi passati avevano associato questa tipologia di cambiamenti a una riduzione della patogenicità. Per quanto concerne il nuovo coronavirus, al momento non è noto se essa si sia sviluppata in modo spontaneo in varie parti del mondo, oppure se si sia diffusa a partire da un unico ceppo mutato.

Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati americani dell’Università Johns Hopkins, il coronavirus SARS-CoV-2 ha infettato quasi 23,5 milioni di persone in tutto il mondo e ne ha uccise 809mila (solo in Italia si registrano 259mila contagi e 35.400 decessi). Rispetto ai mesi scorsi, come indicato i medici hanno osservato un calo della letalità e un numero sensibilmente superiore di pazienti positivi asintomatici e paucisintomatici. Ci sono diverse possibili spiegazioni a questo fenomeno, fra le quali, come affermato dal professor Paul Hunter della The Norwich School of Medicine presso la University of East Anglia, vi sono il fatto che il virus adesso circola soprattutto nei giovani (meno colpiti dagli anziani); che i medici sanno meglio come trattare i pazienti e che vengono testate molte più persone.

Tra le possibilità, come sottolineato alla Reters dal professor Paul Tambyah, presidente eletto dell’International Society of Infectious Diseases e docente all’Università Nazionale di Singapore, vi sono anche le mutazioni del patogeno, come quella chiamata D614G che si è diffusa in varie parti del mondo. Ora sappiamo che circola anche un ceppo con la significativa delezione di nsp1; analizzando approfonditamente le sequenze genetiche dei soggetti asintomatici o con sintomi lievissimi (paucisintomatici) gli scienziati potranno confermare se sia davvero l’affermazione di questa modifica ad attenuare la letalità del virus. I dettagli della ricerca sono in via di pubblicazione sulla rivista scientifica specializzata Journal of Traslational Medicine, che ha già approvato il documento consultabile al seguente link.