Gianfranco Stevanin, il serial killer che fotografava la morte. Nell’estate del 1994, nei terreni di Terrazzo, in provincia di Verona, un contadino scopre il corpo di una donna smembrato e avvolto in un bozzolo di plastica. L’indomani Gianfranco Stefanin, ricco agricoltore locale, finisce in manette. Il 24enne attirava le sue vittime con uno shooting fotografico, per poi violentarle e squartarle.

Mentre corre in moto, a sedici anni, Gianfranco Stevanin vienne sbalzato dal mezzo battendo violentemente la testa. Da allora sono mesi di buio nell’asfissiante camera dell’ospedale di Verona, in un coma che lo strappa ai suoi affetti: l’amatissima mamma Noemi, da papà Giuseppe e dagli amici. Quando riapre gli occhi è ormai un’altra persona: una spaventosa cicatrice gli solca la tempia dall’orecchio alla fronte, è smunto, fragile e ormai lontano anni luce dagli svaghi e le scorribande spensierate di prima. Lascia la scuola per restare, curato e accudito, nel casale dei suoi a Terrazzo. Unica compagnia la fidanzata Maria Amelia e quando anche lei si ammala e i genitori gli impongono di troncare quel rapporto, neanche quella.

SOMMARIO
La storia del serial killer Gianfranco Stevanin
‘Voleva scattarmi delle foto’
Biljana Pavlovic e Claudia Pulejo
Il mostro di Terrazzo
L’archivio del sesso
Noemi, la madre di Giancarlo Stefanin
La sentenza choc
L’epilogo

La storia del serial killer Gianfranco Stevanin
Coccolato, anzi, viziatissimo, con vestiti firmati e auto di lusso, a ventiquattro anni ‘Elvis’ come lo chiamano per il ciuffo, vive come un adolescente. La sua stanza con i poster alle pareti e mucchi di foto e videocassette, è il posto in cui passa le sue giornate (e le sue nottate). Il suo mondo segreto, inaccessibile anche a mamma Noemi, cui era vietato di entrare anche solo per rimettere in ordine. Fino a che, un giorno quel ragazzone educato e gentile non incappa in un controllo della polizia al casello Vicenza Ovest. Al suo fianco, lato passeggero, c’è una donna con i capelli biondi che sembra terrorizzata di lui. È lei, Gabriele, trentenne di nazionalità austriaca, ad attirare l’attenzione degli agenti a cui descriverà i particolari di quella che era stata la serata più spaventosa della sua vita.

‘Voleva scattarmi delle foto’
“Ho accettato da lui dei soldi perché per farmi scattare delle foto nuda, ma non potevo immaginare…”. Per vivere, Gabriele è costretta a vendersi su un marciapiede e i suoi occhi conoscono bene le violenze della strada, ma mai aveva vissuto qualcosa di simile a quello che quel bravo ragazzo le aveva fatto. Le parole della ragazza sono sconcertanti e, se è vera solo la metà, bisogna vederci chiaro. Nelle proprietà degli Stevanin scatta una perquisizione minuziosa. Le porte del casale e della villetta si aprono consegnando un mondo sommerso di perversione: pistole, coltelli, corde, lingerie femminile, borsette da donna, riviste porno e materiale fotografico per un totale di oltre settemila scatti. Immagini erotiche, immagine sadiche, ciocche di capelli biondi e un sacchetto contenente peli pubici.

Biljana Pavlovic e Claudia Pulejo
A completare il quadro spunta un libro con, in copertina, stampata la foto una donna bionda, nuda e legata a una sedia. Facile da uccidere è il titolo, la storia di un fotoreporter serial killer che si diverte a fotografare le sue vittime prima di ucciderle è la trama. Non l’ho neanche letto’ fa spallucce Stevanin, ma ormai chi gli crede. In una delle due proprietà tra via Torrano e via Brazzetto vengono trovati anche i documenti di due donne, Biljana Pavlovic, cameriera serba di 25 anni e Claudia Pulejo, 29enne di Legnano con problemi di tossicodipendenza, entrambe ragazze sono scomparse. Per ‘Elvis’ si aprono le porte del carcere, per ora, con l’accusa di violenza sessuale sulla povera Gabriele. Intanto le indagini vanno avanti, ma niente dimostra che quel set dell’orrore non sia altro che un divertimento, per quanto perverso, e non il teatro di una serie di omicidi.

Il mostro di Terrazzo
Poi, otto mesi dopo, a un soffio dalla scadenza dei termini della detenzione, un contadino trova il corpo di una giovane donna sepolto non lontano dalla casa di Gianfranco Stevanin e avvolto in un involucro di plastica. È la sfortunata Biljana Pavlovic, una delle due donne di cui conservava, come trofeo, i documenti. Intanto a Terrazzo le ruspe rimestano i terreni vicini in cerca di corpi, trovando quello di una sconosciuta e quello di Claudia Pulejo, giovane con problemi di dipendenze che si era data al ‘mostro’ per qualche pasticca di Roipnol.

L’archivio del sesso
I volti delle vittime corrispondono tutti a quelli delle donne che Stevanin ha schedato nel suo archivio del sesso personale, dove spunta anche quello di Roswita Adlassnig, austriaca scomparsa e mai ritrovata e quello di una giovane donna, non identificata, fotografata da Stevanin quando era ormai cadavere. Stevanin non nega, ma garantisce che tutte sono state morti accidentali, avvenute all’interno di giochi erotici scappati di mano. Grazie alle sue confessioni un altro corpo viene trovato nell’Adige, finché la conta degli omicidi non raggiunge i sei delitti (con quattro vittime identificate).

Noemi, la madre di Giancarlo Stefanin
Il Veneto ha il suo primo serial killer, il ‘serial killer contadino’ come lo battezza la stampa, un sadico sessuale che si diverte a usare le donne come corpi inanimati. E di cui si disfa quando ha finito, smembrandoli come quegli animali che da ragazzo vedeva suo padre Giuseppe squartare nei campi. Lui, da bambino non aveva mai voluto ammazzare maiali o mucche. Il 5 novembre del 1996, a furor di popolo, Stevanin viene rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio e violenza sessuale nei confronti di sette vittime. Papà Giuseppe non è più lì a piangere quel figlio sbandato, è morto due anni prima stroncato dal cancro, due giorni dopo l’arresto di Gianfranco. Mamma Noemi, invece, non si risparmierà il processo, anzi, vi assisterà come persona coinvolta. La procura, infatti, ha indagato su di lei riguardo all’occultamento del primo corpo ritrovato. La terribile ipotesi degli inquirenti, infatti, è che ad aiutare e coprire Stevanin siano stati i suoi genitori e in particolare la mamma, così protettiva che, quando al secondo incidente stradale Gianfranco uccise una donna, lo rassicurò, amorevole: “Ti comprerò un’auto nuova”.

La sentenza choc
Tutto, all’interno del processo al ‘Mostro’ di Terrazzo, ruota intorno alla perizia sulle capacità di Stevanin. Con un quoziente intellettivo di 114, l’imputato è dotato di un’intelligenza nella norma, ma c’è sempre quell’incidente che gli è costato un grave danno neurologico. A fronte di una richiesta di ergastolo, sulla base dell’ultima analisi peritale che riconosce l’incapacità di intendere, i giudici di appello pronunciano una sentenza di assoluzione per gli stupri e gli omicidi condannando a 10 anni per l’occultamento dei corpi.

L’epilogo
Il processo ha un grande risalto mediatico, l’opinione pubblica si rivolta contro quel verdetto e il Pg ottiene la revisione. Nel 2001 la sentenza definitiva condanna Stevanin all’ergastolo, riconoscendolo colpevole di tutti i reati a lui ascritti. Gianfranco Stevanin oggi è in carcere, da dove non ha mai chiesto perdono alle famiglie delle vittime, di alcune delle quali non ricorda neanche i nomi e i volti. L’unico evento che lo ha colpito, negli ultimi anni, è stata la morte dell’amata madre Noemi.