Femminicidio Reggio Emilia, killer già condannato per violenze. Il Tribunale: “Non siamo veggenti”

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Femminicidio Reggio Emilia, killer già condannato per violenze.

Femminicidio Reggio Emilia, killer già condannato per violenze. Il Tribunale. “Un giudice non ha poteri di chiaroveggenza, non può sapere ciò che accadrà dopo”. A dirlo Cristina Beretti, presidente del tribunale di Reggio Emilia, commentando il femminicidio di Juana Cecilia Loayza, strangolata e poi accoltellata dall’ex, Mirko Genco.

“Un giudice non ha poteri di chiaroveggenza, non può sapere ciò che accadrà dopo, stante la imprevedibilità delle reazioni umane”. A dirlo, in un’intervista rilasciata all’Ansa, Cristina Beretti, presidente del tribunale di Reggio Emilia, commentando il caso di Juana Cecilia Loayza, strangolata e poi accoltellata dall’ex, Mirko Genco, libero con la condizionale dopo il patteggiamento dello stalking. Secondo la dottoressa Beretti quanto successo “non è altro che ciò che accade in decine e decine di processi per reati analoghi”. Pubblici ministeri e giudici “applicano la legge, applicano misure cautelari richieste dal Pm calibrando le scelte a seconda del caso concreto, condannano alla pena che appare equa in relazione al caso sottoposto al loro vaglio”. Le valutazioni che un giudice è chiamato a compiere, continua la presidente del tribunale di Reggio Emilia, “devono essere le stesse per tutti: comprensione del contesto, accertamento del fatto, applicazione della norma. Diversamente – continua Beretti – si dovrebbero prevedere categorie di autori per i quali i principi costituzionali non sono applicabili e, questo, è contrario ad un sistema penale di una società liberal democratica”. L’indagato, Mirko Genco “era persona priva di precedenti penali”, ricorda Beretti. “È stato sottoposto a misura cautelare, gli è stata applicata la pena di due anni di reclusione, aveva iniziato la frequentazione di un centro di recupero, condizione necessaria per poter avere la sospensione condizionale della pena”.

Il femminicidio di Juana Cecilia Loayza, avvenuto la notte tra venerdì e sabato scorsi in un parco di Reggio Emilia, ha fatto emergere ancora una volta le lacune di un sistema giudiziario che – anche dopo le denunce di violenze e abusi – non è in grado di proteggere le vittime. Mirko Genco, 24enne di Parma, da mesi perseguitava Juana: era già stato arrestato due volte, ma meno di un mese fa, dopo una sentenza di patteggiamento con una sospensione condizionale della pena, era tornato in libertà. Le misure cautelari adottate nei suoi confronti del futuro killer sono cadute il 4 novembre. Genco era stato arrestato il 5 settembre per atti persecutori e il 6, dopo la convalida dell’arresto, era stato scarcerato e sottoposto alla misura cautelare del divieto di avvicinamento. Il 10 settembre tuttavia era stato di nuovo arrestato per violazione della misura, violazione di domicilio e ulteriori atti vessatori, ottenendo il 23 settembre gli arresti domiciliari”.

Mirko Genco, quindi, si era ripetutamente reso protagonista di persecuzioni nei confronti della futura vittima di femminicidio. Per Cristina Beretti, tuttavia, sarebbe sbagliato attribuire colpe ai giudici. “La soppressione di una vita da parte di un altro essere umano è quanto di più grave possa esservi”. Ma “da qui a cercare responsabilità o capri espiatori su chi non ha fatto altro che applicare la legge, come accade ogni giorno nei tribunali per fatti del tutto analoghi e che nella stragrande maggioranza dei casi hanno epiloghi del tutto differenti, credo che ce ne corra”, afferma.

 

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