Evan ha 26 anni e da un anno ha iniziato il suo percorso per cambiare sesso. In Italia la transizione richiede circa quattro anni contro una media europea di otto mesi. È una strada tortuosa fatta di perizie e tribunali che mettono continuamente alla prova il tuo vissuto. Di Maria Paola Gaglione dice “l’unica sua colpa? Amare un uomo transgender in Italia”.

Le continue violenze ai danni di persone transgender sono brutalità gratuita. Evan ne è sicuro. È un ragazzo di 26 anni con le idee chiare e lo spiccato accento romano. Viene dalla provincia di Viterbo ma la Capitale è casa sua: qui studia e intrattiene buona parte dei suoi rapporti sociali. Evan ha intrapreso un percorso di transizione appena un anno fa, ma prima di iniziare la sua lotta con la burocrazia italiana ha trascorso ogni giorno di sei anni della sua vita a cercare online le storie di chi ha intrapreso questa strada.

Quando hai iniziato la transizione?

Un anno fa, ma ho capito cosa mi stava succedendo a 15 anni. Sono in terapia ormonale ma prima di compiere questo passo ho trascorso molto tempo online ad informarmi. Nel corso della mia vita ho sempre pensato che c’era qualcosa di me che non afferravo. Sono cresciuto in un paesino nel quale di certo non si parla di transizioni e identità di genere. Soltanto su Internet ho scoperto che queste realtà esistono e che c’era un nome per quello che stavo provando

Hai avuto l’appoggio dei tuoi cari?

I miei genitori hanno avuto molte difficoltà a capirmi. Non siamo riusciti a dialogare per parecchio tempo, poi ho provato a mostrare loro la mia realtà e a presentarli ad altre famiglie con esperienze simili alla loro. Stiamo avendo difficoltà ma le cose sono migliorate. Sicuramente c’è chi vive situazioni molto peggiori di grande sofferenza. Ci sono casi come quelli di Ciro e Maria Paola, i due fidanzati aggrediti in provincia di Napoli

Pensi che dietro quella violenza ci sia l’ignoranza?

Non esattamente. Credo che l’ignoranza porti a fare domande, ecco. Una persona che non sa tende a chiederti tutto, anche le cose che ritieni più scontate. Magari delle volte ti scoccia uscire per una birra e dover passare invece la tua serata a spiegare a qualcuno la tua vita o quello che significa essere transgender. Non è detto che il nostro percorso di transizione ci obblighi a comportarci da attivisti tutta la vita: sono scelte. Puoi decidere di esporti e puoi decidere di voler vivere la tua vita come un qualsiasi essere umano senza star lì a raccontarti in continuazione, però quando sento storie come quella di Ciro e Maria Paola penso che al momento ci tocca spiegare agli altri la nostra realtà perché nessuno lo fa al posto nostro. Chi è ignorante può cambiare, chi è offuscato dalla rabbia invece non vedrà mai la realtà. Questa è violenza gratuita nei confronti di due persone: verso Ciro che ha intrapreso questo percorso e verso Maria Paola la cui unica colpa, secondo la famiglia, era quella di amare incondizionatamente un uomo transgender.

Parli con grande cognizione di causa.

Sì, la mia ragazza è stata la persona che mi ha amato e sostenuto completamente in ogni istante della mia vita. Ci conosciamo da parecchio tempo e poi ci siamo rivisti dopo quattro anni di lontananza. Lei ha capito che ero un uomo fin da quando eravamo ragazzini, non ha avuto bisogno che le spiegassi nel dettaglio cosa pensassi: le ho accennato alcuni dei miei dubbi e lo ha sempre saputo. Una sera di qualche tempo fa le ho chiesto di chiamarmi al maschile perché volevo capire come mi sentivo a riguardo e lei è stata la prima persona in assoluto a pronunciare il mio nome. Quando mi ha chiamato per la prima volta, dopo anni ho sentito dentro di me che solo iniziando un percorso di transizione potevo esser felice con me stesso. Le cose non sono sempre state facili, ma ha sempre voluto sapere cosa stavo pensando e io ho fatto la stessa cosa. In lei vedo anche una madre, sai? È come se mi avesse dato un nome e un’identità. Se non avessi avuto lei, nonostante tutte le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, forse sarei stato completamente solo. E in questo genere di percorso stare da soli non è facile.

L’Italia come regolamenta il percorso di transizione?

Ogni paese ha le sue norme. L’Europa avrebbe un protocollo unico che si chiama WPATH, ma l’Italia segue quello regolamentato dall’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere. All’interno dell’ONIG ci sono anche avvocati, medici e psicologi che certificano il tuo percorso. Le norme stabilite dall’ONIG andavano bene nel 1984, quando di cambio di sesso proprio non si parlava. Adesso siamo nel 2020 e bisognerebbe lasciare molto più spazio all’autodeterminazione. In Italia si parte dall’idea che tu possa pentirti di aver fatto la transizione ma è decisamente improbabile. Si hanno molto remore con i più giovani ma non ci sono studi riguardanti le detransizioni, una parola che si sente spesso. Gli unici dati arrivano da una statistica americana e sono veramente bassi quasi pari a zero e per di più riguardano persone adulte molto spesso condizionate dalla transfobia interiorizzata, da una situazione economica grave che non permette un tenore di vita dignitoso o dalla mancanza di un supporto adeguato. La terapia ormonale si può iniziare con il consenso dei genitori ai 16 anni di età e l’identità di genere si definisce fin da piccoli e si stabilizza con la pubertà. Possiamo dire che nonostante non sia una scelta ma una condizione preesistente nell’individuo si ha modo di vivere il proprio genere negli anni e di conseguenza sentire un’ incongruenza. Nel nostro Paese siamo obbligati a intraprendere un percorso di psicoterapia per un minimo di sei mesi. Ti diagnosticano in maniera standardizzata la disforia di genere anche se l’OMS nel 2018 l’ha rimossa dalla lista di disturbi mentali perché la disforia non è una malattia. Solo a quel punto hai l’okay per andare da un endocrinologo e iniziare la tua cura ormonale. Durante la terapia devi continuare a presentarti a delle sedute per accertare che il tuo percorso stia proseguendo nel migliore dei modi e solo allora avrai i documenti che ti servono per presentarti davanti a un giudice. Chi lavora nei tribunali quasi mai sa di cosa parliamo e quasi sicuramente sarai sottoposto ad altri controlli di un perito.

Quanto ci vuole nel nostro Paese per completare un percorso simile?

Di base, dai 3 ai 4 anni. E per tutto il tempo devi aspettare i tuoi nuovi documenti avvalendoti di un avvocato, come se fossi un criminale. Nel frattempo tu cambi ma i dati sulla tua carta di identità sono altri. Ti tocca spiegare tutto a qualunque sconosciuto e sei esposto a pericoli e umiliazioni. Non voglio raccontare la mia storia a chiunque mi chieda i documenti. Diventa pesante e io sono un essere umano come gli altri.