Ergastolo annullato in Cassazione per Sergio Benazzo, 44 anni, precedentemente condannato in appello per l’omicidio e la distruzione del cadavere di Paula Burci, 19enne assassinata nel 2008 a Ferrara. La ragazza, finita nel giro della prostituzione dopo il suo arrivo in Italia, aveva trovato il coraggio di ribellarsi ai suoi sfruttatori dopo aver incontrato un giovane studente di Ferrara, di cui si era innamorata. Proprio quell’incontro, però, avrebbe decretato la sua condanna a morte.

La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia la condanna all’ergastolo per Sergio Benazzo, 44 anni, imputato per sfruttamento della prostituzione, omicidio e distruzione di cadavere di Paula Burci, la ragazza di 19 anni picchiata e data alle fiamme ancora viva perché voleva sottrarsi alla prostituzione, nel marzo del 2008.  I resti di Paula erano stati ritrovati lungo l’argine del Po, a Zocca (Ferrara), da alcuni ragazzini che giocavano in zona. Di lei era rimasto solo un frammento di un’unghia smaltata, attraverso il quale si è potuti risalire alla sua identità. La ragazza, secondo quanto ricostruito, era stata aggredita con un forcone, massacrata e data alle fiamme ancora viva, dopo che le erano stati strappati i denti.

Paula Burci, nata in Italia da famiglia romena, ma vissuta in Romania fino alla maggiore età, era tornata nel nostro Paese con il sogno di diventare parrucchiera. A Ferrara era stata accolta dall’idraulico Sergio Benazzo, all’epoca 36 anni e dalla moglie Gianina Pistroescu, 36enne di origini romene, per la quale la Cassazione, invece, ha oggi confermato l’ergastolo. I due l’avevano introdotta nel giro della prostituzione della zona universitaria di Ferrara assoggettandola con la droga. Paula era rimasta sotto questo giogo fino a quando non aveva incontrato un giovane studente di Ferrara, di cui si era innamorata. L’incontro le aveva dato il coraggio di ribellarsi a quella vita, ma proprio il nuovo amore, scoperto dai suoi sfruttatori attraverso il cellulare che le era stato affidato, aveva decretato la sua condanna a morte. Questo, infatti, secondo la ricostruzione processuale, sarebbe stato il movente del brutale assassinio.

Sotto l’unghia ritrovata nella golena del fiume all’epoca, le perizie hanno raccolto materiale biologico non attribuibile a nessuno dei due imputati. La traccia, dunque, attesta il concorso con ignoti mai identificati.