“Donne perseguitate, censura e zero servizi”: così l’Afghanistan muore in mano ai talebani

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“Donne perseguitate, censura e zero servizi”

“Donne perseguitate, censura e zero servizi”: così l’Afghanistan muore in mano ai talebani. Abdurraziq Ekhtiarbig, Ali Reza Samim e Rohullah Royeesh sono arrivati in Italia grazie a un volo messo a disposizione dal Ministero della Difesa. I tre, rispettivamente giornalista, editore e medico, sono scappati dall’Afghanistan pochi giorni dopo la presa del potere dei Talebani. Ci raccontano la loro storia e come sta cambiando il Paese con i Talebani.

Abdurraziq Ekhtiarbig, Ali Reza Samim e Rohullah Royeesh sono finalmente al sicuro. Dalla fine di agosto si trovano in Italia grazie a un volo messo a disposizione dal Ministero della Difesa italiano e stanno cercando di ricostruirsi un futuro, pur con mille difficoltà, legate in primis alla lingua. I tre, rispettivamente giornalista, editore e medico, sono fuggiti in fretta e furia dall’Afghanistan pochi giorni dopo la presa del potere dei Talebani, i guerriglieri estremisti che hanno fatto ripiombare il Paese nella dittatura e nel terrore.

Il coraggio di denunciare
Li incontriamo in un convegno a Potenza, organizzato dalla redazione “Basilicata 24”, che lo scorso 30 ottobre ha celebrato la “giornata dell’informazione e del coraggio”. Abdurraziq, già da qualche settimana, collabora con il giornale diretto da Giusi Cavallo e Michele Finizio, perché vuole continuare a denunciare i crimini dei Talebani, così come faceva a Kabul nella redazione di Subhekabul Newspaper. E il quadro che ne viene fuori è devastante, specialmente nella capitale. Le donne non possono più accedere alle università, i servizi essenziali non sono garantiti, la gente vive tappata in casa, il diritto di cronaca è stato annientato e oggi la piaga più grande è la povertà, perché in queste condizioni tante persone hanno perso il lavoro. “Quando i Talebani hanno costituito il Governo – spiega il giornalista – hanno rimosso tutte le persone che vi lavoravano in precedenza, migliaia di persone”.

Il giorno più buio

Abdurraziq Ekhtiarbig viveva a Kabul e quel 15 agosto, giorno in cui i Talebani hanno invaso la capitale, c’era. “Due ore prima – dice – avevo parlato con il portavoce del presidente Ghani e mi aveva rassicurato sul fatto che non avrebbero preso la città, perciò abbiamo continuato a lavorare normalmente nella nostra redazione”. Poi le agenzie di tutto il mondo battono la notizia e per Abdurraziq e i suoi colleghi è stato uno shock, anche perché la categoria dei giornalisti è tra quelle più bersagliate. Lo sa bene l’editore del quotidiano SabheKabul e zio di Abdurraziq, Ali Reza Samim: “Abbiamo perso le nostre strutture, abbiamo perso il nostro lavoro, il nostro staff, le nostre attrezzature. Dopo essere arrivato in Italia, alcune persone mi hanno detto che quando siamo partiti i Talebani hanno distrutto i nostri uffici e anche la nostra casa perché ci stavano cercando”.

Nessuno è al sicuro
Ad ogni modo, la furia dei Talebani travolge tutti e non è soltanto una questione di ruoli. “Noi come dottori non siamo in pericolo a causa dei Talebani – spiega il medico Rohullah Royeesh – ma lo siamo per la nostra etnia e la nostra religione. Abbiamo lavorato in situazioni disastrose perché ogni 24 ore nel nostro ospedale c’era una guerra, c’erano persone armate che facevano incursioni, ma i Talebani non se la prendevano con noi perché i dottori non sono militari e possono lavorare in tutto l’Afghanistan. Noi siamo in pericolo per la nostra etnia perché siamo dell’etnia Hazara, che è una minoranza in Afghanistan”.

La fuga dall’Afghanistan
Dapprima, in attesi di sviluppi, la gente di Kabul ha cercato di dare una parvenza di normalità alle loro vite, soprattutto per non impressionare i bambini. “Pochi giorni dopo mio zio e sua figlia erano andati al parco”, dice ancora Abdurraziq, ma all’improvviso qualcosa è andato storto. “All’improvviso alcune persone hanno attaccato la loro macchina”, ed è solo un colpo di fortuna se non è scappato il morto. Dopo questo episodio hanno deciso di andare via dall’Afghanistan. Di lì è cominciata una rocambolesca fuga per raggiungere l’aeroporto, dopo che il Ministero della Difeso italiano aveva accordato la richiesta di lasciare il Paese. Per una notte il giornalista e i suoi famigliari hanno dormito all’aperto, nella calca, in mezzo a migliaia di persone in preda alla disperazione, che si sentivano in pericolo di vita. “Quella notte ho perso anche il mio cellulare”, dice il giovane, e insieme ad esso tutti i documenti, le foto, i video raccolti in cinque anni di lavoro, ma anche i contatti di amici e famigliari e i ricordi della sua vita ormai passata. Poi, finalmente, l’arrivo dei militari italiani che li hanno aiutati a salire sull’aereo, ha messo fine al calvario. Quindi il lungo viaggio verso l’Italia. Qui Abdurraziq e tanti suoi connazionali proveranno a ricostruirsi una vita lontano dagli orrori della guerra.

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