Di Maio: non pugnaliamo gli italiani per stare dietro alle agenzie di rating

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Di Battista sfida gli alleati: «Su reddito e autostrade vediamo se è diversa da quella di Maroni»

La scaletta della festa del Fatto la dice già lunga: Luigi Di Maio, giacca blu ministeriale e camicia bianca, viene intervistato da Peter Gomez subito prima del suo gemello diverso, Alessandro Di Battista, che invece parla in collegamento dal Guatemala con la barba lunga e indossando una polo verde. L’anima di governo e quella di lotta. Ma non è solo un gioco delle parti. Il Movimento freme, il vicepremier lo sa e spesso le sue parole tradiscono l’ansia di doversi giustificare: «Qualcosa abbiamo iniziato a farla, ci dovete solo dare il tempo». Di Maio cita il «decreto dignità», il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari. Ma sa che ora gli occhi sono tutti puntati su di lui e i prossimi mesi saranno cruciali.

 

“Reddito partirà nel 2019” 

Il capo politico M5s è attento, coglie da giorni i tanti segnali di insofferenza di fronte al protagonismo di Matteo Salvini. Solo un paio di giorni fa era stato proprio il direttore del Fatto, Marco Travaglio, a scrivere in un editoriale che, se le cose non cambiano, M5s dovrebbe valutare di «staccare la spina» al governo, prima che lo faccia il leader della Lega. E anche Beppe Grillo che incontra il presidente uruguaiano Mujica, ex comandante tupamaro, è la spia di un risveglio dell’anima movimentista M5s.

 

Per questo, dal palco, Di Maio cerca di mettere paletti chiari. Innanzitutto sul reddito di cittadinanza, che «deve partire nel 2019, nella legge di Bilancio dobbiamo mettere le coperture». Il leader M5s ha bisogno di contenere lo straripante collega vice-premier. «Noi e la Lega abbiamo fatto un contratto. Quando non andiamo d’accordo ce lo diciamo». È il caso dell’offensiva di Salvini sui magistrati: «Le cose che non ci vedono d’accordo, come la separazione delle carriere, nel contratto non le abbiamo messe. Le cose che non sono nel contratto non si faranno».

L’ex deputato sferza l’alleato

Di Battista nega di volersi candidare alle Europee per provare a stoppare il sorpasso leghista pronosticato da molti sondaggi. Sorpasso a cui lui non crede: «La Lega al 30%? Vedremo». Ma per essere uno che «ha lasciato la politica», come lo descrive Gomez, si mostra ancora molto appassionato. Il protagonismo di Salvini, per “Dibba”, è dovuto soprattutto ad una precisa scelta «dell’establishment, ritengono la Lega salviniana meno pericolosa di M5s».

 

Il governo giallo-verde «non aveva alternative», premette. Ma poi fa capire che le prossime mosse saranno decisive: «La correttezza della Lega, la voglia di cambiare radicalmente le cose si vedrà sul tema della nazionalizzazione di Autostrade. Sento che già Giorgetti fa ammunina, dice “andiamoci piano”. Andiamoci piano un c…». E anche su Tav e Tap, «purtroppo non siamo al governo da soli. Ma è dovere di una forza del 32% convincere il socio di minoranza». Insomma, «il tempo ci dirà, vedremo se la Lega di Salvini è una Lega diversa o se è una Lega maroniana nascosta sotto il volto di Salvini».

“Troveremo soluzioni”

Di Maio sa bene che ora deve incassare qualche risultato ma è consapevole anche delle voci che parlano di un Salvini tentato dal ritorno al voto: «Flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero sono le tre priorità di questo governo. Le dobbiamo portare avanti». Sul Tap «troveremo nel governo una soluzione, innanzitutto con l’analisi costi-benefici». Di certo, garantisce, la minaccia dello spread non farà cambiare piani: «Dobbiamo scegliere tra il giudizio di un’agenzia di rating o gli interessi dei cittadini. Non pugnaliamo alle spalle gli italiani».

 

E su Autostrade il vicepremier fa capire di non essere disposto ad accettare marce indietro, per quanto riguarda la nazionalizzazione: «La concessione ad Autostrade la togliamo, è una promessa». E, nel frattempo, attacca i Benetton, «disumani, sono passati 15 giorni e non hanno detto una parola». Per ora basta per ottenere l’applauso della platea. Ma nei prossimi mesi ci vorranno risultati, e Di Maio ne è consapevole: «Il mio impegno e la nostra credibilità passerà proprio per il fare o non fare le cose previste dal contratto di governo».

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