Coronavirus. “Effettivamente c’è una discrepanza che non mi aspettavo, e che ancora oggi non mi spiego, tra il numero di mascherine che inviamo e quelle che arrivano, non so se è un problema di corriere o di aziende ma da qualche parte il meccanismo si inceppa”: così il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus ammette che i conti non tornano sulle mascherine inviate dalla Protezione Civile e quelle effettivamente ricevute dalle Regioni. Che continuano a denunciare la mancanza del materiale necessario per far fronte alla pandemia.

I conti non tornano sulle mascherine che la Protezione Civile dovrebbe aver inviato alla Regioni per far fronte all’emergenza coronavirus. Che a quanto denunciano i governatori non sono mai arrivate. Lo ammette anche il commissario straordinario, Domenico Arcuri. “Effettivamente c’è una discrepanza che non mi aspettavo, e che ancora oggi non mi spiego, tra il numero di mascherine che inviamo e quelle che arrivano, non so se è un problema di corriere o di aziende ma da qualche parte il meccanismo si inceppa”, ha detto ieri Arcuri durante la riunione del Comitato operativo nazionale a cui hanno partecipato anche i delegati delle Regioni e i dirigenti della Protezione Civile, Luigi D’Angelo e Agostino Miozzo, a cui sembrano essere dirette le affermazioni del commissario.

La Protezione Civile è infatti responsabile per la distribuzione dei Dispositivi di protezione individuale (Dpi) sul territorio. Ma in un documento del 24 marzo intitolato “Prospetto riepilogativo Dpi consegnati” i numeri non corrispondono alla realtà. Repubblica ha confrontato il totale delle mascherine che la Protezione Civile considera consegnate e quelle che le Regioni hanno confermato di aver ricevuto. Ci sono tre tipologie di mascherine considerate nei dati della Protezione Civile: quelle chirurgiche, cioè quelle monouso che evita che la persona contagiata diffonda il virus, quelle professionali FFP2 e FFP3 che filtrano l’aria, proteggono dal virus e vanno quindi usate dal personale sanitario, e quelle Montrasio, che vengono prodotte in Italia e sono state definite “carta igienica” dal governatore della Lombardia, Attilio Fontana.

Le Regioni ricevono meno mascherine del previsto
In questa Regione, la più colpita dall’epidemia, secondo il governo sarebbero arrivate 1.900.700 mascherine chirurgiche, mentre da Milano ne contano solo 1.600.000. Di quelle professionali, destinate ai medici, dovrebbero esserne state distribuite 604.520, ma dalla Regione ne confermano 500mila realmente arrivate. Per quanto riguarda il modello Montrasio, se per la Protezione Civile sono state mandate 827.000 mascherine, il governo regionale afferma di non averne vista alcuna finora. Lo stesso vale per la maggior parte delle altre Regioni: nelle Marche, ad esempio, delle 491.600 mascherine chirurgiche che il governo dice di aver mandato, la Regione afferma di averne ricevute zero. Nel Lazio non sono state né consegnate le 249.000 mascherine chirurgiche promesse, né le 44.910 professionali.

Numeri simili si registrano anche in Campania, dove nei giorni scorsi il governatore Vincenzo De Luca aveva scritto una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per denunciare l’assenza degli apparecchi sanitari richiesti al governo per far fronte all’emergenza. Tra questi anche le mascherine, che non sarebbero mai arrivate. Se la Protezione Civile dice di averne mandate 195.100 del tipo chirurgico, Napoli afferma di averne ricevute zero. Del tipo professionale, invece, ne sarebbero arrivate solo 45.450 al fronte delle 57.640 promesse dal governo centrale.

Ci sono anche delle Regioni in cui sono arrivati più Dpi di quelli che risultano inviati nell’elenco della Protezione Civile. In Toscana, ad esempio, la Protezione Civile afferma di aver consegnato 315.500 mascherine chirurgiche, ma da Firenze ne segnalano 640.800. E ancora, quelle professionali ricevute sono state 176.412 invece delle 46.920 registrate dal governo. In Emilia Romagna, invece delle 750.200 mascherine chirurgiche confermate dalla Protezione Civile ne sono arrivate 1.618.300; di quelle professionali allo stesso modo ne sono state consegnate alla Regione oltre 200mila in più del previsto. L’unica Regione in cui i dati della Protezione Civile e quelli forniti dalle Regioni corrispondono è il Piemonte.

La risposta all’emergenza è arrivata tardi
Anche in Piemonte, dove i dati coincidono, i numeri sono però insufficienti se confrontati con la portata dell’emergenza. I Dpi arrivati sono comunque troppo pochi rispetto al fabbisogno richiesto. E così nel nostro Paese si registra un altissimo tasso di contagi tra il personae sanitario, che spesso lavorano per combattere l’epidemia di coronavirus senza il materiale precauzionale necessario. E molti attribuiscono questa mancanza alla risposta del governo alla pandemia, arrivata troppo tardi.

Infatti, come sottolinea Repubblica, il Piano pandemico nazionale approvato dal ministero della Salute e aggiornato al 2016 prevede che già nella prima fase di una pandemia (in cui il rischio per l’essere umano è ancora ridotto) lo Stato dovrebbe procedere con la costituzione di “una riserva nazionale di Dpi e altri supporti tecnici per un rapido impiego nella prima fase emergenziale”. Inoltre, si legge, il governo dovrebbe iniziare fin da subito “la negoziazione per un approvvigionamento sicuro”. Una cosa che però in Italia non è stata fatta nemmeno al 31 gennaio, quando è stato dichiarato lo stato di emergenza per sei mesi. Infatti, solo al 9 marzo è stata lanciata la gara Consip per ricorrere all’acquisto urgente di Dpi. Tutti gli organismi e le istituzioni a quel punto hanno cominciato a muoversi spesso su iniziativa personale, senza un piano di strategia comune da seguire.