Coronavirus. Angelo Vavassori, medico rianimatore dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, è uno degli operatori sanitari contagiati dal coronavirus. Intervistato da Il Messaggero ha raccontato le fasi della malattia e la situazione del suo ospedale, al centro dell’epidemia da Sars-Cov-2 che ha causato già oltre 3mila morti.

Angelo Vavassori, rianimatore del reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, è uno degli operatori sanitari che in questi giorni sono stati contagiati dal coronavirus Sars-Cov-2, dopo essere entrati in contatto con pazienti che avevano sviluppato la Covid-19. Le sue condizioni sono in miglioramento, ha superato la fase acuta della malattia e non è più collegato ai ventilatori, ma si trova ancora a casa, in isolamento per non contagiare la moglie e i quattro figli. Prima di tornare in corsia aspetta la conferma di non essere più malato: due tamponi negativi a distanza di 24 ore. Intervistato da Il Messaggero, il medico 53enne ha ripercorso le fasi della malattia e ha parlato della situazione del suo ospedale, al centro dell’emergenza, in uno dei centri più duramente colpiti dalla pandemia di coronavirus che sta flagellando la Lombardia.

Il primo paziente di cui si è occupato, ha spiegato, aveva oltre ottanta anni, ma poi sono arrivati anche quelli giovani: anche un uomo di 35 anni. Poi si è ammalato a sua volta ed è finito in Rianimazione, con la sensazione perenne di soffocare. Quando ha scoperto di essere positivo, sapeva già quale sarebbe stato il decorso: uguale a quelli dei suoi pazienti, tre giorni di febbre e poi l’insufficienza respiratoria che lo ha portato in ospedale, direttamente in Terapia Intensiva. “Mi dicevo – racconta – se devo morire così, meglio una fucilata. Adesso, quando me lo dirà una persona che sto curando, starò solo zitto, perché so ciò che stanno vivendo”.

Ricorda la sensazione di soffocare, quella di avere l’acqua nei polmoni, e l’istinto di respirare più forte, che però peggiora soltanto la situazione. “Un tubo pompa un flusso di 50 litri al minuto, l’aria è umidificata e calda, il rumore infernale – dice – ho chiesto di essere sedato, cosa che faccio con tutti i miei pazienti. Ora so cosa provano”. Superata la fase acuta, ha ripreso a respirare autonomamente ed è stato dimesso. Ora si trova a casa, in isolamento domiciliare, in attesa che i tamponi confermino che è del tutto uscito dalla malattia. Per tornare il prima possibile in corsia, ad aiutare i colleghi che stanno fronteggiando l’emergenza.

L’alto numero di pazienti ha stravolto anche l’organizzazione interna dell’ospedale. L’Unità di Terapia Intensiva Cardiochirurgica, spiega Vavassori, non c’è più, così come la rianimazione generale, l’unità coronarica e le sale operatorie: ogni spazio viene utilizzato per ricavare nuovi posti per i pazienti affetti da Covid-19. Un’emergenza paragonabile a questa, il rianimatore l’aveva vista soltanto nel 2015, quando ci fu la Sars: ma all’epoca arrivarono soltanto pochi contagiati, che furono distribuiti nei vari ospedali, niente a che vedere con l’ondata che ha causato già 3mila decessi.

Malgrado ciò, sono ancora troppi quelli che non sembrano aver capito la gravità della situazione. “Dal balcone – racconta Vavassori – ho visto una famiglia con bambino in passeggino, tutti senza mascherina, una persona in bicicletta, un’altra che correva. Ma questa gente è sorda? nel mio paese, Treviolo, le campane suonano a morto dalle tre alle quattro volte al giorno. Tutti i miei amici, i colleghi, hanno perso un papà, un nonno, uno zio. Se sei anziano muori, se sei giovane sopravvivi però non auguro a nessuno di essere intubato, pronato e passare dieci giorni in terapia intensiva. Ne esci distrutto, anemico per tutti i prelievi che ti fanno. Sei devastato”.