Lo spread e il voto a luglio mettono paura. Salvini e Di Maio come quella canzone “Ricomiciamo…” Il Quirinale tace, difficile fidarsi e oggi attende l’incaricato Cottarelli Quella di ieri è stata una giornata surreale, più di tutte le altre 85 di questa crisi. Tutto precipita quando è ufficiale che il governo Cottarelli non avrebbe neppure un voto a favore. E quando il Pd chiede il voto a luglio. Il premier incaricato prende tempo con il capo dello Stato. Attesa e imbarazzo nella sala stampa del Quirinale. In serata prendono corpo le indiscrezioni della giornata: torna in scena il governo poitico Lega-5 Stelle. Rafforzato questa volta anche dai voti di Fratelli d’Italia. Di Maio chiede scusa per la richiesta di impeachment. Salvini criticato dai suoi “per aver fatto salire tutto per colpa di un nome”

Una giornata che può essere raccontata solo dalla fine perché anche così non è chiaro il punto di caduta di questa crisi politica. E di una giornata che è già nei libri di storia come case history, caso esemplare, di ciò che mai dovrebbe succedere perché mai ci sono stati cambi di marcia così repentini e improvvisi in un paese occidentale che dovrebbe essere la settima/ottava potenza mondiale. Verrebbe da dire comici se non fossero tragici visto che l’indice di fiducia sull’Italia crolla (spread di nuovo oltre i 300 in serata) così come l’indice di borsa.

Alle 9 di sera, mentre il presidente incaricato Carlo Cottarelli spiega in tv (Rete 4) che “stiamo approfondendo alcune questioni sulla lista dei ministri” la cui presentazione è stata rinviata in modo un po’ rocambolesco a stamani, Luigi di Maio, su un palco in piazza a Napoli, azzera tutto e ricomincia da due passaggi fondamentali: “Nessuna ipotesi di impeachment, se abbiano sbagliato siamo disposti a rivedere la nostra posizione”; “Esiste una maggioranza politica Lega-5 Stelle, si faccia dunque partire il governo eletto dal popolo”. Della serie: abbiamo scherzato, le borse hanno bruciato 70  miliardi in undici sedute, lo spread è rimbalzato oltre i 300 punti, gli investitori considerano l’Italia un paese a rischio, ma insomma, adesso rimettiamo tutto a posto. Facendo partire un governo politico magari senza impuntarsi su nomi e cariche. Di sicuro senza il professor Savona.

Roba da non credere. Non ci crede soprattutto il Presidente della Repubblica la cui pazienza e senso di responsabilità potrebbe dare una nuova chance a una classe politica che avrà anche vinto le elezioni ma certamente sta dimostrando di essere una genia di dilettanti allo sbaraglio. “Stiamo passando dal colpo di Stato al colpo di sole. Mattarella ha un’infinita pazienza, se fosse un po’ meno paziente dovrebbe chiamare il 118…” solidarizza in serata l’ex segretario del Pd Matteo Renzi ospite di Otto e mezzo. Il Pd, infatti, da giorni osserva allibito il canovaccio di questa messa in scena. E non ha alcuna voglia di mangiare i pop corn. Ancora una volta il peso della decisione è nelle mani del Capo dello Stato. Ma come dare ancora fiducia a leader che hanno avuto tutto e, almeno al momento, non hanno costruito nulla?

Un caos da paura

La rappresentazione plastica del caos di una giornata surreale in una crisi arrivata ormai al giorno 85, avviene alle 17 e 30 nella Loggia d’onore del Quirinale dove oltre duecento tra giornalisti, cameramen e fotografi sono in attesa delle dichiarazioni del presidente del consiglio incaricato Carlo Cottarelli. Intorno alle 13 era stata data comunicazione ufficiale che sarebbe stata aperta la sala stampa alle ore 15. Cottarelli era atteso allo Studio della Vetrata alle 16 e 30.

La sala era dunque gremita come sempre, i corazzieri a difesa della porta più osservata nella storia, telecamere accese con le dirette tv che raccontano da 85 giorni lo stallo. Ad un certo punto un fotografo, sistemato nella parte destra della sala, dice a voce alta: “A rigà, Cottarè è annato via, sta alla Camera…”. Lì per lì non viene molto considerato. Dopo un paio di minuti insiste e sempre voce alta aggiunge: “A rigà, c’ho la foto, guardate qua, è Cottarè che è entra a Montecitorio. La foto è delle 17 e 11, una quarto d’ora fa…”. I sospetti di uno scherzo evaporano in un attimo. Ci si alza, ci si guarda intorno, ciascuno inizia a telefonare per sapere qualcosa. Nel mentre il capo dei corazzieri ritira la coppia di militari a tutela della porta che introduce verso lo studio della Vetrata, il luogo delle consultazioni. E’ la conferma che il colloquio, iniziato puntuale alle 16 e 30, è terminato e che anche Mattarella ha lasciato questa ala del palazzo. Intanto in diretta tv passano le immagini di una sala brulicante di cronisti che vanno avanti e indietro in cerca di spiegazioni. Che compulsano i social  in cerca di qualche conferma. Ma nulla là dentro si sa. E, fuori, nel frattempo, potrebbe essere successo di tutto.

Passeranno altri lunghissimi 10 minuti prima che Giovanni Grasso, portavoce del Presidente Mattarella, esca e spieghi, tranquillizzando, che “il Presidente Mattarella e il premier incaricato si rivedranno domani”.  Ufficialmente non viene spiegato altro. Né in quel momento né dopo. La verità è che succede tutto in diretta. E comprensibilmente il Quirinale ritiene che certi patti vadano lavati in segreto e in casa.

L’allerta di Banca d’Italia

Il cambio di scena del pomeriggio matura nell’arco di una giornata di cui devo essere fissati alcuni punti necessari. Alcuni hanno direttamente a che fare con gli ambienti economici e finanziari. Uno di questi è senza dubbio la relazione del governatore della banca d’Italia Ignazio Visto che, davanti a ministri, uomini d’affari, ribadisce che “il destino dell’Italia è nell’Europa”, che “si può e si deve avere un ruolo diverso nel quadro di riforma dell’Unione” e, infine, che “per consolidare la crescita italiana e combattere la disoccupazione, non bisogna deragliare da un percorso di riforme già avviato e dai binari dei conti pubblici”. Le “Considerazione finali” del governatore sono sempre un appuntamento importante. Ieri ancora di più: il presidente Mattarella non è previsto che sia in sala ma ha con Visco un filo diretto quotidiano soprattutto in questi 85 giorni. Il premier uscente Gentiloni, il ministro Padoan, il ministro Calenda hanno ripetuto nei giorni passati analoghi discorsi. Ieri, le parole di Visco – sommate a una settimana di spread in rialzo, 12 sedute di borse in ribasso, il mistero (era tema sulle bocche di molti ieri mattina in via Nazionale) dello spread in rialzo nonostante l’incarico a Cottarelli  (“queste in genere sono operazioni che vengono accompagnate in positivo sui mercati se c’è sintonia con Bce e Bruxelles”) – hanno iniziato a scavare nelle coscienze di Salvini, DI Maio e dei loro consiglieri più stretti.

“Matteo, che stiamo facendo?”

Mentre il governatore parla in via Nazionale, nella sala Regina a Montecitorio, i gruppi parlamentari della Lega sono riuniti con il segretario per ragionare su un week end di delirio. Dove alcuni erano convinti, da tre settimane, di essere già ministri e si sono invece ritrovati in campagna elettorale; altri sono diventati i terminali incandescenti di territori del nord stufi di vedere spread al rialzo e borse al ribasso. “Matteo, perchè è saltato tutto per colpa di un nome (Savona, ndr)? Mettevano il Giancarlo (Giorgetti, ndr) ed eravamo già al governo…” avrebbero osservato, secondo quanto raccolto da Tiscalinews, alcuni parlamentari presenti. “I toni – hanno assicurato – non erano d’accusa ma fortemente preoccupati e increduli…”. Dopo i gruppi, Salvini ha riunito, per la prima volta a Roma, il consiglio federale. E la musica non è cambiata, anzi. Perché   i piccini e medi imprenditori del nord cominciamo a temere la speculazione finanziaria che sta prendendo posto sui mercati italiani dopo 85 giorni di mancate decisioni e rinvii. Alla fine tutti zitti, nessuna dichiarazione ufficiale, parla solo Salvini via Facebook, dai tetti di Montecitorio-palazzo dei gruppi (come fa ormai da qualche settimana). Un messaggio finalizzato soprattutto a rassicurare i mercati, gli investitori, i risparmiatori e a dire che si vada pure a votare. L’orario è importante: sono le quattro del pomeriggio, Cottarelli deve ancora salire al Colle.

Il Pd accende la miccia: al voto il 29 luglio

Sono ore cruciali. Montecitorio vive un’insolita vivacità, parlamentari che entrano ed escono, capannelli, riunioni dei gruppi per decidere cosa fare con il governo Cottarelli. Berlusconi lascia Arcore e arriva a Roma. Riunisce i suoi a palazzo Grazioli, c’è in ballo il voto, la sopravvivenza dell’alleanza di centrodestra.  La sopravvivenza di Forza Italia. Il Cavaliere, riabilitato alla politica, prende nota di tre opzioni: alleanza di centrodestra unita; Forza Italia da sola; ingresso nel fronte repubblicano contro quello dei sovranisti. In generale, si considera il voto a settembre una grossa iattura. Per il resto, massima solidarietà al Presidente della Repubblica, biasimo per gli attacchi che sta subendo soprattutto dagli “irresponsabili”  5 Stelle e dall’alleata Giorgia Meloni, nessuna disponibilità a sostenere il governo Cottarelli.

A fine mattinata si riunisce anche il Pd. Anche qui emerge la volontà di “astenersi” rispetto al nascente governo tecnico. La motivazione è tutta da spiegare: non si tratta di un voto contrario (tra l’altro, al Senato, è cambiato il regolamento e l’astensione non corrisponde più ad un voto contrario) bensì è una scelta conseguente alla natura stessa del governo. Alle 15, insomma, Cottarelli che pure è chiuso nella stanza dei Busti a Montecitorio, realizza che il suo esecutivo non avrà neppure un voto a favore. Non sono le migliori condizioni per avviare un mandato.

Ma il peggio deve ancora arrivare: il Pd infatti spinge per andare a votare subito, a luglio, e chiede che vengano subito sciolte le Camere. Della decisione hanno parlato i parlamentari riuniti in assemblea. Ma la notizia viene veicolata con una certa sapienza da Andrea Orlando, ancora ministro della Giustizia, che alle 15 e 20 passa a piedi in via Uffici del Vicario, il Palazzo dei Gruppi dove è stato scritto il Contratto e stazionano fisse telecamere e microfoni,   e lancia questo missile terra-aria a tv e microfoni presenti: “Si va a votare a luglio”. Ma questo non lo aveva previsto neppure Salvini.

La preoccupazione dei deputati e senatori

Intanto a Montecitorio va in scena la paura. Nessuno vuole veramente tornare a votare. Il 26 maggio è stata accreditata la terza mensilità e già leva il fiato dover rinunciare a quell’indennità e a tanti rimborsi.  Il Pd conta su un certo risveglio e sulla prova d’orgoglio del popolo di sinistra. certo, se Lega e 5 Stelle vanno insieme i collegi uninominali saranno off limits. I 5 Stelle sono preoccupati: stazionano sui divanetti del Transatlantico e organizzano dove andare a cena. Tra le signore-deputate si notano mise di una certa eleganza, tacco 12 invece dei sandali ortopedici, così come le acconciature, pieghe e tagli invece di pinze ed elastici. Ma soprattutto il tema è: chi sarà ricandidato e chi no; i sondaggi poi danno il Movimento in calo e non tutti quindi potranno avere il posto sicuro. S’avanza, tra gli anziani del gruppo, l’ipotesi di “dare una forma di sostegno al governo Cottarelli”. Potrebbe essere anche l’astensione. Però vale la pena far partire un governo, se andiamo avanti così in due settimane l’Italia rischia il default.

Questione di “tempi”

La preoccupazione diventa totale dopo “il giallo del Quirinale”. Tutti hanno seguito in tv la scena di Cottarelli che lascia il Colle  senza dare alcuna comunicazione. Indiscrezioni parlano di tensione tra l’incaricato e il capo dello Stato. Il nodo sono i tempi. “Se il voto è a luglio – è il ragionamento che avrebbe fatto Cottarelli a Mattarella –  questo governo dura tre settimane e non tre mesi, devo spiegarlo ai servitori dello Stato cui ha chiesto la disponibilità”. Il Quirinale invece avrebbe fatto pressione per chiudere subito la lista dei ministri e darne comunicazione.

Ma il rinvio ad oggi, come dimostra la cronaca della serata di ieri, non è solo legata ai tempi dell’incarico. Tra le 19 e le 21 cambia tutta la scena. Si torna a parlare di governo politico. Le comunicazioni con il Quirinale sono serrate. Altre indiscrezioni dicono che sono due le condizioni imprescindibili per tornare a trattare: cancellare il nome di Savona; chiedere scusa sull’impeachment. Di Maio, che ha capito di essere stato fregato da Salvini e che rischia tutto, accetta e lo dice pubblicamente: “Se abbiamo sbagliato qualcosa chiedo scusa, ma adesso poiché c’è una maggioranza politica, facciamo partire il governo del cambiamento”. Salvini è un po’ più vago ma certo rifiuta ogni scenario che lo accusa di aver fatto saltare tutto apposta, rivendica la sintonia con Di Maio e la voglia di governare anche da subito. Con una splendida giravolta, arrivano in aiuto al governo Lega-5 Stelle anche i voti di Fratelli d’Italia, i primi domenica a chiedere l’impeachmet.  Il punto è chi dovrebbe essere il premier di questo “governo del cambiamento, parte seconda”. Di certo non Cottarelli. Sarebbe la seconda volta che Salvini e Di Maio costringono Mattarella a tornare sui suoi passi.

Tutto è di nuovo nelle sue mani. Ieri sera intorno alle 21, mentre tutto si stava ribaltando – o almeno ci provava – il professor Giuseppe Conte è stato avvistato in giacca e cravatta nei pressi di Montecitorio. Non ha rilasciato dichiarazioni.

Allora, se in tutto questo c’è una regia, è diabolica. Se è casuale, così come pare, è stata una giornata di follia. Chissà cosa ci porta l’oggi.