Chi sono e cosa vogliono i nuovi talebani che hanno riconquistato Kabul

0
Chi sono e cosa vogliono i nuovi talebani che hanno riconquistato Kabul.

Chi sono e cosa vogliono i nuovi talebani che hanno riconquistato Kabul. Dimenticatevi i fanatici del 1996 e del 2001 guidati dal Mullah Omar. Questi Taliban sono i loro figli: più abili e accorti, ci hanno studiato per vent’anni, hanno intessuto alleanze, hanno capito i punti deboli del nemico. Ed è probabile che sapranno governare l’Afghanistan che hanno appena riconquistato. Noi, invece, abbiamo imparato l’ennesima lezione quando era già troppo tardi.

Nel 1997 arrivai, insieme con il fotoreporter Nino Leto, nella Kabul da qualche mese controllata dai talebani. Fu un viaggio da vecchia retorica dell’inviato: da Peshawar (Pakistan) su e giù per valli e montagne e posti di blocco su un vecchio pulmino scassato guidato da un ragazzo, l’uno e l’altro ottenuti dopo ore di trattative e decine di tè nella rappresentanza che gli studenti coranici avevano aperto nella città pakistana. A Kabul ci sistemammo nell’Intercontinental, vecchio scatolone grigio da mille camere costruito a suo tempo dai sovietici. Niente, acqua, niente luce, riso e uova a pranzo, cena e colazione, serviti da ragazzi irsuti ma gentili con il kalashnikov in spalla. Una parodia resa più grottesca, il giorno dopo, dall’arrivo di due colleghi del New York Times. Il fotoreporter americano credeva di essersi mimetizzato da afghano, visto che indossava il pakol (il tradizionale cappello tondo) e un mantello. Non erano passate altre ventiquattr’ore che già l’avevano menato, perché si era buttato a flashare le donne in burqa.

A Kabul, però, c’era poco da ridere. La popolazione, che aveva accolto i talebani con favore perché avevano fatto finire la guerra civile, cominciava a capire quanto salato fosse il prezzo. L’umiliazione delle donne, la discriminazione delle bambine, lo spregio dell’istruzione che non fosse quella coranica, la repressione di ogni forma di allegria, dalla musica ai più banali divertimenti… L’arbitrio totale delle “autorità”. Le armi e la povertà, dappertutto. Un incubo medievale. Mentre eravamo lì, tre suore di Madre Teresa, rimaste a Kabul con incredibile coraggio, furono fustigate per strada con dei cavi elettrici perché il loro portamento non era abbastanza discreto. Ma quando intervistammo e fotografammo il capo della guarnigione talebana della capitale, quello che organizzava i roghi pubblici di libri e musicassette, (chi volesse, lo può vedere nella foto di profilo della mia pagina Facebook), aspettammo una decina di minuti perché finisse di pettinarsi la barba.

Ecco: di fronte alle immagini spaventose della caduta di Kabul, chi prevede un ripetersi della storia dovrà probabilmente ricredersi. Perché questi talebani, che qualcuno già tagga come talebani 2.0, sono molto più smagati e politicamente accorti dei loro genitori. Parlo di genitori non a caso. Mullah Muhammad Yaqoob, leader militare dell’attuale movimento, è figlio del Mullah Omar, che fu tra i fondatori del movimento originario. Fu Yaqoob ad annunciare nel 2015 la morte del padre, avvenuta peraltro due anni prima in un rifugio come si vede molto segreto. Sirajuddin Haqqani, responsabile delle finanze e della logistica, è figlio di Jalaluddin Haqqani, che fu un noto comandante militare, l’uomo che introdusse gli attentati kamikaze nella pratica talebana.

Chi sono e cosa vogliono i nuovi talebani che hanno riconquistato Kabul.

Questo il sangue nuovo (ma di provata fede) arrivato a rivitalizzare i ranghi. Che al vertice, peraltro, hanno figure tutt’altro che incartapecorite. Un gruppo di sessantenni guidati dal leader supremo Haibatullah Akhunzada, per quindici anni predicatore e insegnante in una moschea in Pakistan fino a quando, nel 2016, è entrato in clandestinità per sostituire Akhtar Mansour, ucciso dagli americani. E poi Mullah Abdul Ghani Baradar, capo dell’ufficio politico, e Abdul Hakim Haqqani, il “ministro degli Esteri”, l’uomo che ha negoziato con gli americani e con i russi, il vero braccio destro di Akhunzada.

Negli ultimi vent’anni, mentre “noi” eravamo impegnati a portare soccorsi, aprire scuole, costruire acquedotti e ospedali e occasionalmente a fare la guerra (insomma, il quesito mai risolto su che diavolo davvero stessimo facendo in Afghanistan), “loro” ci studiavano e imparavano. Con calma, appostati nei santuari afghani o in quelli del Pakistan. E la prima lezione che hanno mandato a memoria è stata che presentarsi come i più puri tra i puri musulmani, combattere l’Occidente e ospitare la centrale mondiale del terrorismo ti lascia solo e ti fa finire male. Così hanno sfruttato le ansie cinesi sulla regione musulmana dello Xinjiang e le ambizioni della Nuova via della Seta, e quelle russe sull’Asia Centrale (l’Afghanistan confina con Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan) per ottenere un sostanziale via libera da Pechino e da Mosca. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha incontrato Mullah Baradar, e sono già leggenda i filmati delle barbe e dei turbanti delle delegazioni talebane tra gli stucchi, gli ori e i clienti basiti dello Hyatt di Mosca, per le conferenze stampa dopo gli incontri al ministero degli Esteri. Con il Pakistan non c’è problema (e in caso di difficoltà, la pressione cinese in funzione anti-India spianerà tutto), con il Qatar sponsor dei Fratelli Musulmani nemmeno, visto che da molti anni la capitale Doha è di fatto la sede dell’ufficio politico dei talebani. Recep Tayyep Erdogan, poi, smania per tuffarsi nel Grande Gioco: si è detto pronto a incontrare la leadership dei talebani e magari a gestire l’aeroporto di Kabul.

In sintesi: mentre i “vecchi” talebani avevano conquistato l’Afghanistan, se n’erano sorpresi e poi avevano cominciato a pensare a cosa farne, questi “nuovi” hanno pensato a lungo e poi si sono presi il Paese. Nemmeno per un istante hanno creduto di coltivare la splendida solitudine islamista adorata dai genitori e, prevedibilmente, hanno scelto di dialogare con il fronte dei Paesi (Cina e Russia in primo luogo) che vogliono fare da baluardo allo strapotere occidentale.

L’Afghanistan, come abbiamo visto, se lo sono presi in un mese. Senza grandi battaglie, facendo soprattutto la faccia feroce. L’esercito afghano, da noi così ben addestrato, si è sciolto come il burro, tra rese, diserzioni di massa e pure e semplici fughe. Il potere politico non parliamone, con il presidente Ashraf Ghani che un giorno incita alla resistenza e il giorno dopo scappa all’estero. Abbiamo passato vent’anni tra quei monti, speso migliaia di miliardi, sacrificato decine di migliaia di vita nostre e loro e siamo si è no riusciti a graffiare la superficie. Molti si chiedono come sia stato possibile. Consoliamoci: da Alessandro Magno all’Unione Sovietica, siamo solo gli ultimi di una lunga serie. Ma soprattutto cerchiamo di studiare un po’ di più e prima. Abbiamo scoperto (dopo) che gli sciiti iracheni sono fedeli all’Iran, che in Libia senza un forte potere centrale le tribù riprendono il controllo, che in Siria non tutti i musulmani sunniti sono contro l’alawita Assad.

Ci sarebbe servito tenere presente (prima) che in Afghanistan solo il 20% della popolazione è urbanizzato. Il resto vive in luoghi per lo più isolati e sperduti dove l’appartenenza al clan e la fedeltà alle tradizioni sono ancora un fattore decisivo. Se gli porti le medicine e fai studiare le bambine ti lasciano fare e sono pure contenti. Ma non per questo sono disposti a buttar via un millennio di convinzioni. Men che meno se chi arriva presenta sulla punta del fucile il ricatto morale e sociale dell’appartenenza religiosa. A noi arrivano le immagini di Kabul, dove una parte della popolazione, che ha vissuto a diretto contatto con gli occidentali, ne ha assorbito l’esempio e da essi ha anche tratto profitto, è giustamente terrorizzata dal cambio di regime. Ma Kabul non è l’Afghanistan. Che succede, per esempio, a Taloqan, la piccola città del Nord dove rimasi per qualche giorno nel 2001, seguendo l’avanzata delle tribù del Nord anti-talebane? Nessuno lo sa, nessuno lo racconta. E anzi: dove sono, ora, quelle tribù che parevano così ansiose di accompagnare gli americani verso Kabul?

Afghanistan, i Paesi europei che hanno già detto che non accoglieranno i profughi. Mentre i Paesi occidentali stanno lasciando l’Afghanistan in mano ai talebani la preoccupazione è per le migliaia di profughi, che tentano ora di lasciare il Paese occupato dai talebani. Non tutti i Paesi europei sono però disposti ad accogliere gli sfollati: l’Austria ha già annunciato la linea dura sui rimpatri.

Sono migliaia i civili sfollati, dopo che i talebani, dopo 20 anni di occupazione militare internazionale, hanno riconquistato l’Aghanistan e preso la capitale, Kabul, dando vita all’Emirato islamico. L’Unicef ha ricordato che servirà un piano generale di accoglienza e ridistribuzione sul territorio nazionale dei migranti afghani che arriveranno in tutta Europa, e in Italia.

Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, parlando della situazione drammatica dei profughi, ha detto: “Siamo molto preoccupati, siamo presenti a Kabul e a Kandahar con la gestione di campi per sfollati. Non c’è una cifra precisa sul numero di persone presenti, si stima tra 200mila e 400mila, ma riteniamo che il numero di sfollati in quelle aree sia più alto. Manca tutto, questo esodo di massa ha fatto sì che ci sia carenza di cibo, di acqua, di medicinali. Ci sono già piccoli focolai di malattie come polio e, per la mancanza di acqua, dissenteria”. Ci sono bambini separati dalle famiglie di origine e quindi “esposti a pericoli immediati e a violenze. Quest’anno – dice Iacomini – sono già morti 500 bambini, ultimamente un centinaio”. Unicef lancia un appello alla comunità internazionale, affinché “non spenga la luce sull’Afghanistan, siamo di fronte a una vera e propria emergenza umanitaria”. 

Mentre nella zona dell’aeroporto si ammassano i cittadini afghani, che tentano disperatamente la fuga aggrappandosi ai carrelli degli aerei che trasportano prevalentemente personale occidentale delle ambasciate, e la situazione sembra essere fuori controllo – si contano già 5 morti e una decina di feriti – alcuni Stati hanno dichiarato di non essere disponibili ad accogliere i profughi.

L’Austria ha già annunciato che le sue frontiere sono chiuse, spiegando che sarà inflessibile sulle espulsioni di migranti e richiedenti asilo afgani. Il ministro dell’Interno austriaco, Karl Nehammer, ha spiegato che “Chi ha bisogno di protezione deve riceverla il più vicino possibile al proprio Paese di origine”, perché “Un divieto generale di espulsione è un fattore di attrazione per l’immigrazione illegale e alimenta solo l’attività dei contrabbandieri e della criminalità organizzata”. Danimarca, Germania e Paesi Bassi, inizialmente favorevoli alla linea dura sui rimpatri, hanno poi cambiato idea, sospendendoli.

Il premier dell’Albania, Edi Rama, ha invece annunciato che il suo Paese accoglierà i profughi: ne arriveranno alcune centinaia. Gli afghani “si sono schierati con la Nato e hanno aiutato i nostri soldati nella loro missione di pace e ora rischiano di essere massacrati come animali dai talebani”, ha spiegato Rama.

Civili aggrappati ad aereo americani precipitano

Nel tentativo di fuggire dal Paese si erano aggrappati durante il decollo a un aereo militare statunitense: tre giovani sono precipitati nel vuoto, tra il caseggiato di Khair Kahana, un quartiere poco distante dall’aeroporto. Le immagini ampiamente circolate sui social network mostrano dei ragazzi aggrappato sull’esterno del velivolo, un C-17 dell’aviazione militare statunitense, sopra i motori e, e poi si vedono due corpi cadere dopo il decollo. Il quotidiano israeliano Haaretz e la sezione in persiano della Bbc confermano che si tratta di due persone che precipitano.

Paesi occidentali in fuga da Kabul

Sull’aereo dell’Aeronautica militare partito ieri sera e da poco atterrato all’aeroporto di Fiumicino viaggiavano 70 persone: circa 50 unità del personale diplomatico e una ventina di ex collaboratori afghani con le loro famiglie.

Anche altri Paesi europei hanno già attivato le procedure di evacuazione per portare in salvo i propri connazionali. Un primo volo proveniente da Kabul è arrivato durante la notte alla base di Brize Norton, nell’Inghilterra centrale. “Abbiamo evacuato 370 dipendenti e cittadini britannici ieri e il giorno prima”, ha detto il segretario alla difesa Ben Wallace, aggiungendo che un gruppo di 782 afgani sarà evacuato dal Paese “nelle prossime 24-36 ore”.

L’Irlanda è in contatto con 23 dei suoi cittadini, 15 dei quali sono in procinto di partire, secondo il ministro degli Esteri Simon Coveney. I visti sono stati rilasciati per 45 afgani che hanno lavorato per loro, numero destinato a crescere ulteriormente nelle prossime ore. A Praga, un aereo militare che trasportava 46 cechi e afghani, tra cui donne e bambini, è atterrato questa mattina.

Il Canada, dal canto suo, ha annunciato la chiusura temporanea della sua ambasciata domenica sera, affermando che il personale canadese era già in viaggio verso casa.

Il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha comunicato che il suo governo ha rilasciato 45 visti umanitari per gli afghani che hanno lavorato per la Polonia o per una delegazione dell’Ue a Kabul, e le loro famiglie. Berna ha reso noto che tre cittadini svizzeri sono stati espatriati da Kabul e sono impegnati per portar via anche 40 dei loro colleghi afgani e le loro famiglie. La Russia, come la Cina, ha deciso invece di mantenere la sede diplomatica.

L’inferno in terra delle adolescenti afghane dopo la riconquista talebana. A Kabul le studentesse nascondono i documenti che provano la loro iscrizione in università. Bruciano i vestiti e svuotano le trousse con i loro trucchi. Chiudono i profili Instagram, si procurano dei chadari, i burqa afgani. Con la riconquista talebana saranno ancora le donne a pagare il prezzo più caro.

A Kabul le studentesse nascondono i documenti che provano la loro iscrizione in università. Bruciano i vestiti e svuotano le trousse con i loro trucchi. Chiudono i profili Instagram, si procurano dei chadari, i burqa afgani. “La mia vita”, ha raccontato al Guardian una giornalista ventiduenne rimasta anonima per ovvie ragioni di sicurezza, “è stata cancellata in pochi giorni”. Leggendo e ascoltando i racconti di queste giovani donne in fuga, non si può che pensare a questa enorme operazione di obliterazione collettiva. Tutti in Afghanistan stanno distruggendo ciò che può compromettere la sicurezza personale: libri, vestiti, carte e fogli che provino un rapporto di qualsiasi tipo con gli Occidentali. La ong Pangea, dal 2002 impegnata nella lotta alla violenza di genere in Afghanistan, sta bruciano il proprio archivio per far sì che nessuno risalga all’identità delle donne aiutate nei loro progetti o a quella delle volontarie.

Mi colpisce soprattutto il destino delle mie coetanee. Nel 2001 avevo sei anni e l’11 settembre è uno dei miei primi ricordi legati alla consapevolezza dell’esistenza di un mondo esterno, al di fuori del mio quotidiano. Se dovessero chiedermi com’era la vita del mio Paese prima di quella data, non saprei cosa rispondere. Anche le ragazze afgane che hanno la mia età o sono più giovani di me non hanno memoria di come si vivesse sotto i talebani. La loro coscienza politica e sociale è maturata in un clima in cui i talebani – la cui minaccia era comunque sempre incombente – esistevano soprattutto nella concretezza dei ricordi dei loro genitori. Alcune raccontano di essersi fatte prestare i vecchi burqa che le madri indossavano prima del 2001 per portarli nei pochi giorni in cui potevano uscire prima che arrivassero i talebani. Ora sono arrivati e hanno cancellato le loro vite, spazzando via i loro studi, i loro lavori, i loro desideri e le loro istanze politiche.

Nel corso di questi vent’anni, le donne afghane non si erano di certo liberate. Non a caso, il Paese è ancora considerato il peggior posto in cui nascere se sei donna e secondo Human Rights Watch l’87% delle donne afgane ha subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita. La legge sull’eliminazione della violenza contro le donne approvata nel 2009 non è mai stata davvero implementata: una donna che subisce una violenza sessuale in Afghanistan ha più probabilità di essere incriminata per aver fatto sesso fuori dal matrimonio che di vedere in carcere il suo stupratore. Le carenze, gli abusi e le violenze di genere sono forse la dimostrazione più palese che l’uguaglianza e la democrazia non si possono imporre dall’alto o esportare senza che insieme avvenga un cambiamento culturale che parta dal basso: ogni sforzo sarà inutile e potrebbe persino peggiorare le cose.

Con la ritirata degli eserciti statunitensi e alleati e l’avanzata sempre più ostile dei talebani, la situazione è precipitata in una maniera che sembra irreparabile e con una velocità impressionante, da un giorno all’altro. I video che circolano in queste ore mostrano ragazze e bambine rapite per strada, prelevate come trofei di una guerra che non è loro e non lo è mai stata. Come ha scritto una studentessa di 24 anni anche lei rimasta anonima, le donne si sentono le vittime politiche di una guerra che gli uomini hanno cominciato e che, come tutte le guerre, si consuma a scapito della loro integrità.

Chi sono e cosa vogliono i nuovi talebani che hanno riconquistato Kabul.

Così a queste ragazze e bambine non resta che cancellarsi, eliminando ogni traccia del loro corpo e della loro identità, diventando indistinguibili l’una dall’altra. A molte resterà solo la clandestinità, come quella portata avanti da Rawa, l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, nata nel vicino Pakistan nel 1977, che in queste ore si sta organizzando per preparare la resistenza: “Troveremo il modo di proseguire la nostra lotta a seconda della situazione. È difficile dire come, ma sicuramente porteremo avanti le nostre attività clandestine come negli anni Novanta, durante il governo dei talebani. Certamente questo non sarà esente da rischi e pericoli, ma qualsiasi tipo di resistenza ha bisogno di sacrifici”, ha raccontato una portavoce dell’Associazione a Osservatorio Afghanistan. La missione di Rawa è innanzitutto politica e alla ricerca di una liberazione femminile autonoma e autentica che non dipenda dallo sguardo occidentale, che oggi è comunque rivolto da un’altra parte.

Molte donne definite “ad alto rischio” sono fuggite o stanno fuggendo da un Paese la cui rovina è anche responsabilità nostra. Molte altre resteranno e dovranno imparare da zero come si sopravvive in un regime fondamentalista e misogino. Avranno circa la mia età e desideri conquistati a fatica in questi anni non facili, schiacciati da un giorno all’altro dalla violenza patriarcale di chi considera le donne nient’altro che come beni di cui disporre. Avranno forse dovuto distruggere le prove di chi erano, di cosa facevano o di ciò che sognavano di essere un giorno, ma questo non significa che abbiano smesso di essere loro stesse o di lottare per riaffermarlo.

Articolo PrecedenteCIVILI IN FUGA DA KABUL: DA UN AEREO SI VEDONO PRECIPITARE DUE CORPI
Prossimo ArticoloPordenone, porta in ospedale l’amica e sviene nel parcheggio: entrambi in coma per overdose
Marco D'Angelo - Fotografo - Blogger - Social Influencer - Tecnico Informatico - Consulente Aziendale - Esperto in Marketing e Social Media Marketing. Progetti Passati e Presenti Nato con la passione per la musica e l'informatica. Studiato fino alla 3° Media per poi formarmi come autodidatta in marketing di cui ho 11 attestati, tra cui 1 master. Creatore del Team Renegades - Team Exas del Videogioco Hearthstone - ho portato il mio team a livello nazionale italiano, raggiungendo obbiettivi enorme in tempi brevi, il Team Renegades ha raggiunto sponsor come Redbull e Varie testate giornalistiche importanti ne hanno sempre parlato. Il Team Renegades si è poi evoluto in Team Exas, questo perchè abbiamo instaurato una collaborazione con uno dei locali più grandi del Gaming Estero. Arrivando cosi a collezionare 340 vittorie - di cui 300 primi posti e 40 secondi. Attualmente creatore di Limemagazine.eu inizialmente chiamata Multiassistenzaonline è iniziato come un Blog di informatica, per aiutare le persone sui social, e per riparare i problemi tecnici dei loro smarthphone raccogliendo cosi circa 40,000 contatti in meno di 3 mesi, per poi trasformare Multiassistenzaonline in Limemagazine.eu - ad oggi Agenzia di Marketing,News, e Webdesign che totalizza la bellezza di 180,000 lettori alla settimana e più di 40,000 contatti sui social 4 pagine facebook da 7,000 like in su una da 14,000 e 4 profili da 5,000 persone l'uno ad oggi Limemagazine.eu collabora in stetto contatto con : Google News, Virgilio, Tiscali, Ansa, Fanpage.it per le notizie, e Unconvetional Events per gli Eventi in Sardegna, Limemagazine.eu in 3 anni ha aperto varie sezioni tra cui LimeEventiSardegna - dove può vantare di aver 1,500 date importanti fatte con i propri fotografi all'interno di eventi importanti e collaborazioni come OLBIA TATTOO SHOW - GRANDE ARENA CAGLIARI - POETTO FEST - e tanti altri.