“Bambini a scuola, Covid-19 non è un rischio” ma il pericolo è il contagio in famiglia. Uno studio inglese indica che meno di 2 bambini su 10 finiscono in terapia intensiva, con un tasso di mortalità dell’1% rispetto al 27% dei positivi di tutte le età. Secondo gli esperti il rischio di malattia grave nei più giovani è “minimo” ma il problema del ritorno in classe è legato alla possibile diffusione del virus a genitori e nonni che con la ripresa dell’attività scolastica può trovare un’ulteriore alimentazione.

Un nuovo studio inglese su bambini ricoverati in ospedale per Covid-19 rassicura sulla probabilità che i più giovani sviluppino malattia grave e che il decorso abbia esito fatale. Pubblicato sul British Medical Journal, l’esame ha coinvolto 651 bambini e ragazzi di età inferiore ai 19 anni, ricoverati in 138 ospedali del Regno Unito tra il 17 gennaio e il 3 luglio e risultati positivi al coronavirus. I risultati hanno indicato che per meno di 2 su 10 (18%) si è reso necessario il ricovero in terapia intensiva, con un tasso di mortalità “sorprendentemente basso” dicono i ricercatori: 6 dei 651 giovani monitorati (1%) sono morti rispetto al 27% dei positivi di tutte le età.

“Bambini a scuola, Covid non è un rischio”
Dati che chiariscono come nei bambini e ragazzi “il rischio di sviluppare malattia grave sia raro e quello di morte sia estremamente raro” ha dichiarato Calum Semple, pediatra e professore di Salute infantile e medicina delle epidemie presso l’Università di Liverpool a capo dello studio – . I genitori dovrebbero essere fiduciosi che i loro figli non saranno esposti a pericoli diretti tornando a scuola”. Dello stesso avviso la dottoressa Olivia Swann, docente di Clinica delle malattie pediatriche presso l’Università di Edimburgo e prima autrice dello studio: “Il rischio assoluto che un bambino venga ricoverato in ospedale con Covid-19 è minimo e ancora più piccolo è il rischio che si renda necessario il ricovero in terapia intensiva – ha detto la professoressa Swann – . Niente è mai privo di rischi ma io, come genitore, medico pediatra e ricercatrice, trovo questo studio e questi risultati estremamente rassicuranti”.

Risultati certamente confortanti e in linea con quanto osservato fin dai primi mesi della pandemia ma che, d’altra parte, non tengono in considerazione un altro grande nodo che riguarda la riapertura delle scuole. La ripresa delle lezioni in presenza che, nel nostro Paese, muoverà circa 8 milioni e mezzo di studenti, si inserisce in un quadro più ampio e che include il problema del contagio interfamiliare. In altre parole, guardando anche l’esperienza di chi ha già riaperto le scuole, come ad esempio la Germania, dove in alcuni Lander le lezioni in classe erano riprese gradualmente già a maggio, le infezioni tra i bambini e i ragazzi sono passate dal 10% del totale di prima della riapertura al 20% del mese luglio, cioè dopo che l’attività scolastica era ripartita in molte scuole. Un aumento dei contagi che, per quanto i giovani abbiano un minore rischio di sviluppare malattia grave o andare incontro a conseguenze letali, rappresenta un motore su cui si può innestare la trasmissione in contesti familiari.

Il pericolo è il contagio in famiglia
Il ritorno in classe è dunque legato al rischio che il virus possa trovare un’ulteriore alimentazione in bambini e ragazzi, mettendo a rischio la salute dei genitori e nonni che sono a casa, ma anche degli insegnanti e del personale scolastico, soprattutto se già affetti da una o più patologie. Considerazioni tra l’altro supportate da recenti studi che, sebbene non esaminino direttamente la diffusione interfamiliare o scolastica, mettono in evidenza come il rischio di trasmissione del virus da parte dei più giovani possa essere potenzialmente maggiore, dal momento che è stato osservato che nei ragazzini in età scolare, anche se asintomatici, la carica virale è più alta di quella degli adulti.

In particolare, un recente studio ha investigato sul ruolo dei bambini nella diffusione del virus avvertendo che, nonostante una malattia più lieve o la mancanza di sintomi, una carica virale più alta in bambini e ragazzi può significare una maggiore diffusione del virus. Una riflessione che i ricercatori ritengono chiave nel momento in cui si prevede di riaprire le scuole. Il loro suggerimento è quello di sottoporre a screening per l’infezione da Sars-Cov-2 tutti gli studenti e stabilire protocolli di routine negli istituti, oltre a concentrare le misure di controllo su strategie che includano l’isolamento sociale per i positivi e i loro contatti, l’uso di mascherine e la didattica a distanza. “Senza misure di controllo come queste – avvisano – vi è un rischio significativo che la pandemia persista e che i più giovani possano portare il virus a casa, esponendo gli adulti a maggior rischio di sviluppare malattia grave”.