Arrestata la compagna di Montella: era complice. Le accuse per lei sono di spaccio e collaborazione col militare nelle fasi di approvvigionamento della droga.

Tra le tre persone arrestate a Piacenza, c’è anche la compagna dell’appuntato Giuseppe Montella. Lo riporta La Repubblica. La donna è stata incastrata dalle intercettazioni e le accuse per lei sono di spaccio e collaborazione col militare nelle fasi di approvvigionamento della droga.

Si legge su Repubblica:

Montella con la compagna e il figlio arriva persino a vantarsi del pestaggio. Accennando a un inseguimento, e dopo aver detto di essersi stirato un muscolo per prendere uno spacciatore, spiega alla compagna: “Amore, però lo abbiamo massacrato”. L’episodio diventa persino un racconto per il figlio di 11 anni, che incuriosito lo incalza: “L’hai preso poi? Gliele avete date? Chi eravate? Chi l’ha picchiato?”. E l’appuntato: “Eh, un po’ tutti”.

Sulla Stampa, la madre del militare continua a difendere il figlio dalle accuse. “Tirano fuori Gomorra perché veniamo da Napoli”, ha dichiarato al quotidiano.

“Se Peppe era di Piacenza non lo dicevano che era Gomorra. Mio figlio si stava laureando in Giurisprudenza, un bravo ragazzo, io non ci credo a tutte quelle storie che ho sentito in televisione…”. Pausa, puntini di sospensione: “Ma se venisse fuori che era tutto vero, è giusto che mio figlio paghi per quello che ha fatto. Se faceva male deve pagare”.

Carabinieri arrestati a Piacenza, com’è nata e operava “l’associazione a delinquere”

Tutto quello che c’è da sapere sull’operazione Odysseus condotta dalla Guardia di Finanza e che ha portato al sequestro della caserma Levante di via Caccialupo a Piacenza e all’arresto di sei carabinieri: dall’avvio dell’indagini grazie alla gola profonda di un ex collega e alle dichiarazioni di un super testimone, ai reati commessi e ricostruiti grazie alle intercettazioni, dallo spaccio di droga alle torture.

Non era mai successo in Italia che una caserma dei carabinieri finisse sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria e che ben sei militari fossero arrestati per reati pesantissimi, dallo spaccio di droga alla tortura, dall’estorsione alle lesioni personali, tutti commessi dal 2017 ad oggi. È invece quanto ha portato alla luce l’operazione Odysseus all’interno della caserma Levante di via Caccialupo a Piacenza. Al termine di mesi di indagini condotte dalla Guardia di Finanza per conto della Procura della Repubblica della città emiliana, si è potuto ricostruire la presenza di una vera e propria organizzazione criminale, di cui facevano parte Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito, Giacomo Falanga, Daniele Spagnolo, Marco Orlando e Stefano Bezzeccheri, che non solo si occupavano della vendita di stupefacenti, anche durante il lockdown per l’emergenza Coronavirus mentre proprio Piacenza, tra le città più colpite dalla pandemia, piangeva i suoi morti, ma che si scagliavano con violenza inaudita contro cittadini innocenti. Altri quattro colleghi sono stati sottoposti a misure cautelari di altro genere. A loro si aggiungono altre 12 persone coinvolte nell’inchiesta: 7 sono state arrestate, 4 sono ai domiciliari e una è libera. Ecco tutto quello che c’è da sapere sulle scandalo di Piacenza.

Come è nata l’operazione Odysseus a Piacenza
La notizia del sequestro della caserma Levante e dell’arresto dei carabinieri è arrivata il 22 luglio, al termine di serrate indagini durate sei mesi. Tutto è partito da un militare che, durante una testimonianza alla polizia locale per un’altra inchiesta, aveva fatto riferimento a dei fatti accaduti in quella che è stata ribattezzata “la caserma degli orrori” e che gli erano stati raccontati da un uomo picchiato dai carabinieri. Uno di loro era stato riconosciuto e “individuato nel corso di un’altra indagine per droga, a bordo di un’auto con alcuni spacciatori al casello di Milano sud in piena chiusura da Coronavirus. A quel punto erano scattate le intercettazioni telefoniche che avevano rivelato una realtà raccapricciante” e “reati impressionanti se si pensa che siano stati condotti da militari”, come ha affermato il neo procuratore Grazia Pradella, che ha addirittura dichiarato che “non c’è stato niente di lecito in quella caserma”. A inchiodare i militari, dunque, è stato un super testimone, un ex informatore che ha fatto dichiarazioni fondamentali.

Le intercettazioni: “Noi siamo irraggiungibili”
Carabinieri arrestati, le intercettazioni: “Hai presente Gomorra? Io ci sguazzo in queste cose”
Sono state proprio le intercettazioni telefoniche e telematiche ad incastrare i militari coinvolti dell’inchiesta. Merito del captatore informatico installato sui loro dispositivi, un trojan, che aveva dato all’autorità inquirente l’accesso alle foto e alle conversazioni audio della compagnia, nonché i materiali e le prove già forniti dal testimone a R. P., ex militare alla Levante e attualmente comandante della caserma dei carabinieri di Cremona, la gola profonda che ha denunciato i suoi ex colleghi con la collaborazione dell’ex informatore. Il sistema ruotava intorno allo spaccio di droga sequestrata agli spacciatori o direttamente acquistata e rivenduta attraverso una rete di intermediari alle dipendenze dei carabinieri stessi. Negli atti dell’ordinanza d’arresto vengono riportate proprio alcune frasi estratte dalle intercettazioni fra gli indagati, che ben rappresentano il tipo di organizzazione che avevano messo in piedi. In una di queste un militare dice: “Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi (…) in poche parole abbiamo fatto una piramide (…) noi siamo irraggiungibili”, aggiungendo: “Abbiamo trovato un’altra persona che sta sotto di noi. Questa persona qua va tutti da questi gli spacciatori e gli dice: “Guarda, da oggi in poi, se vuoi vendere la roba vendi questa qua, altrimenti non lavori” e la roba gliela diamo noi!”. Significativo anche un passaggio in cui uno degli indagati fa riferimento alla serie tv Gomorra, ispirata all’omonimo best seller di Roberto Saviano. “Non hai capito? …Hai presente Gomorra? Le scene di Gomorra. Guarda che è stato uguale! …ed io ci sguazzo con queste cose! Tu devi vedere che schiaffoni gli ho dato”.

Come i carabinieri spacciavano e custodivano la droga
L’elenco dei reati commessi dai carabinieri della caserma Levante è lunghissimo e, come ha sottolineato il procuratore capo di Piacenza, Grazia Pradella, colpisce che siano stati commessi per lo più durante il lockdown e in una zona, Piacenza appunto, duramente colpita dal Covid-19. “A me interessa l’erba, l’importante è che ho l’erba, a me interessa di averla sempre”, si legge in una delle intercettazioni in cui è protagonista uno dei miliari. Sempre lo stesso carabiniere, l’appuntato Montella in un’altra conversazione captata grazie a una microspia installata in auto afferma: “No fumo che cazzo te ne frega, a noi l’importante è l’erba, io l’erba non posso fare a meno”. Ma come avveniva la vendita e lo spaccio di droga?. È sempre Montella a spiegarlo in un’altra intercettazione: “Questi qua che dobbiamo fare, li dobbiamo mettere in garage?”, dice al pusher riferendosi alla droga, il quale replica: “Sì, un po’ te li lascio a te, magari se me li tieni tu”. Risposta del carabiniere: “Si, si, me li tengo io, ho il garage”.

A marzo, quando l’Italia era interamente bloccata a causa della pandemia, i carabinieri di Piacenza si muovevano come se nulla fosse. Anzi, fornivano autorizzazioni per gli spostamenti ai loro fornitori che in questo modo potevano raggiungere senza problemi la piazza di Milano per comprare la droga. “Vabbè senti a me ascolta me, tu prendi questo, tanto v’ho messo il timbro”, dice il carabiniere. Era il 17 marzo quando l’autocertificazione è stata consegnata davanti alla stazione dei carabinieri di Piacenza Levante e il 19 marzo il galoppino è tornato con 3 chili di marijuana trasportati con la stessa auto con cui era partito. Come riferito dal super testimone, che con le sue dichiarazioni ha fatto inchiodare i carabinieri “infedeli”, lui stesso era stato scelto come informatore perché aiutasse Montella, secondo quanto ricostruito dalle 326 pagine di ordinanza firmate tre giorni fa dal Gip Luca Milani, a mettere a segno arresti e sequestri ‘facili’ di stupefacenti che poi finivano nelle cosiddetta ‘scatola della terapia‘, una riserva da di droga che lui stesso e i colleghi distribuivano a titolo di ricompensa, nella misura pattuita del 10 per cento rispetto al totale sequestrato, agli informatori che lo avevano aiutato.

I pestaggi e le percosse a innocenti
Carabinieri arrestati a Piacenza, le intercettazioni: “Che ca..o ridi? Ti stai divertendo?”
227620373Pubblicato da Attualita

Nell’ordinanza di arresto si fa riferimento anche al pestaggio di un cittadino arrestato ingiustamente e accusato di spaccio di droga attraverso prove false, costruite ad arte per poter giustificare l’arresto. Addirittura, nell’intercettazione a cui si fa riferimento nel contenuto multimediale, uno dei presenti avrebbe detto al militare: “Basta, basta sennò lo ammazzi”, dopo aver sentito chiaramente i lamenti di un uomo che veniva maltrattato, forse perché continuava a spacciare al di fuori del loro controllo. Dai telefoni intercettati sono state estratte anche delle fotografie contenenti dei selfie con le persone maltrattate. In una intercettazione, si sente un carabiniere dare ordine agli altri di ripulire dopo un pestaggio. E po ancora, sempre dalle intercettazioni: “Figa, sono entrato attrezzato, uno si è pisciato addosso, nel senso proprio pisciato addosso (…). L’altro mi ha risposto e l’ho fracassato”, riferendosi al titolare di un concessionario per farsi vendere un’auto a un prezzo molto più basso di quello richiesto.

L’orgia in caserma e la grigliata durante il lockdown
Uno degli ultimi particolari emersi dalle 326 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Piacenza Luca Milani nell’ambito dell’operazione Odysseus riguarda un’orgia che si sarebbe svolta in un ufficio del Comandante, Marco Orlando, sempre nella caserma Levante. A parlarne sono due tra gli arrestati, Giuseppe Montella e Salvatore Cappellano “che commentano un episodio che aveva visto come protagonista un collega in onore del quale, forse in concomitanza con una ricorrenza, era stata organizzata una serata all’interno della caserma alla presenza di due donne, presumibilmente escort, con le quali erano stati consumati rapporti sessuali”. Nell’ordinanza, si legge ancora una volta, “alla descrizione traspare ancora una volta il totale disprezzo per i valori della divisa indossata dagli indagati, metaforicamente gettata a terra e calpestata, come quella del loro Comandante durante il festino appena rievocato”. Ancora, è venuto fuori dall’indagine che durante il periodo di lockdown sempre l’appuntato Montella aveva organizzato una festa a casa sua per il giorno di Pasquetta, in barba alle regole anti-Covid vigenti all’epoca. Una vicina ha chiamato i carabinieri che, una volta arrivati, non solo non sono intervenuti e si sono scusati con il collega, ma gli hanno fatto sentire la registrazione della telefonata, poi cancellata, per permettergli di individuare chi aveva segnalato la festa.

Interviene anche la Procura militare
L’operazione Odysseus sta avendo risvolti non solo a livello penale. Anche la Procura militare ha aperto un fascicolo. Sul fatti è intervenuto anche il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. “Il Comandante Generale Nistri – ha dichiarato – mi ha confermato di aver immediatamente assunto tutti i provvedimenti possibili e consentiti dalla normativa vigente nei confronti del personale coinvolto. Sono fatti inaccettabili, che rischiano di infangare l’immagine dell’Arma, che invece è composta da 110.000 uomini e donne che ogni giorno lavorano con altissimo senso delle Istituzioni al fianco dei cittadini. Sono loro il volto della legalità, a ciascuno di loro oggi esprimo la più profonda riconoscenza e vicinanza”.

Piacenza, i carabinieri arrestati furono anche premiati per la lotta alla droga

Nella caserma Levante di Piacenza, secondo gli inquirenti, “tutto era tollerato a condizione che venissero garantiti i risultati in termini di arresti”. Prima di essere arrestati e finire al centro dall’inchiesta che ha scoperto tre le altre cose un giro di spaccio gestito dagli stessi carabinieri, i militari della stazione Levante furono anche premiati dai superiori proprio per la loro lotta allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Prima di essere arrestati e finire al centro dall’inchiesta che ha scoperto tre le altre cose un giro di spaccio gestito dagli stessi carabinieri, i militari della stazione Levante di Piacenza furono anche premiati dai superiori proprio per la loro lotta allo spaccio di sostanze stupefacenti. Era il 2018 infatti quando i componenti della stazione Levante di Piacenza, sequestrata ora dopo l’arresto dei sei carabinieri, fu insignita di un encomio solenne dal comandante della Legione Emilia-Romagna “per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo ed istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti”. Le ricompense furono riconosciute nel corso della festa per i 204 anni della Fondazione dell’Arma organizzata il 5 giugno 2018 a Bologna.

Pusher arrestati per far sparire la concorrenza
Del resto la caserma degli orrori di Piacenza dove secondo i pm avvenivano violenze e illegalità di ogni genere, per lungo tempo era stata un fiore all’occhiello dei comandanti dei carabinieri proprio perché portava molti risultati sul fronte della lotta allo spaccio che però in realtà si concretizzava quasi sempre nell’arresto di piccoli spacciatori. Arresti che però, alla luce di quanto emerso dall’inchiesta della procura piacentina, assumono ora tutto un altro significato visto che avvenivano per lo più per far sparire la concorrenza e rubare sostante stupefacenti da rivendere attraverso una propria rete di pusher che erano anche informatori e beneficiavano della loro quota.

“Mentre Piacenza contava i morti di Coronavirus i carabinieri arrestati rifornivano i pusher”
Arresti che, come scrivono sempre gli inquirenti, avevano portato il gruppo della Levante di Piacenza ad avere un grosso potere e una grossa libertà di movimento che permetteva loro di fare qualsiasi cosa. Dalle carte dell’ordinanza del gip Luca Milani, infatti, emerge come il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della compagnia dei carabinieri di Piacenza e sottoposto ad obbligo di dimora, fosse un grande sostenitore del gruppo capeggiato dall’appuntato Guseppe Montella. Addirittura per impartire loro direttive di carattere operativo, l’ufficiale scavalcava anche il comandante della Levante, maresciallo ora agli arresti domiciliari, parlando direttamente con l’appuntato.

“Tutto tollerato a condizione che fossero garantiti gli arresti”
Appoggi confermati anche dall’unico carabiniere della caserma di Piacenza non coinvolto negli arresti. “Molte cose le fanno a umma a umma, non mi piacciono ma se lo possono permettere perché portano a casa gli arresti” spiegava infatti il giovane militare al padre in una telefonata in cui non nascondeva l’amarezza per essersi ritrovato in una caserma e n n un ambiente in cui venivano costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine. Possono fanno “perché a te colonnello ti faccio fare bella figura, capito? Ti porto un sacco di arresti l’anno! Lavorano assai. C’hanno i ganci!” aggiungeva il carabiniere. Da questi colloqui, scrive il giudice Luca Milani, si evince “tutta la delusione del giovane militare dell’Arma per essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”.

Carabinieri arrestati a Piacenza, la madre difende Montella: “Quei soldi vinti al Superenalotto”

La madre di Giuseppe Montella, uno dei carabinieri della caserma Levante di Piacenza arrestati, si dice sicura dell’innocenza del figlio e dei colleghi. “Peppe è un bravo ragazzo”, dice. E, riguardo ai soldi che gli hanno permesso una vita nel lusso, aggiunge: “Mi ha detto che li aveva vinti al Superenalotto con gli amici…”.

Un giro di droga che vedeva direttamente coinvolto un gruppo di carabinieri della caserma Levante di Piacenza e che avrebbe permesso al leader di acquistare una villetta, automobili, motociclette e di vivere nel lusso. È la ricostruzione, contenuta in oltre 300 pagine di ordinanza, che ha portato all’arresto di sei militari, accusati di pestaggi, estorsioni, tortura e spaccio di droga. Ma per Giuseppina, la madre di Giuseppe Montella, detto Peppe, considerato a capo del gruppetto, si tratta di illazioni, e il loro modo di fare sarebbe stato paragonato ai personaggi di Gomorra soltanto “perché veniamo da Napoli. Se Peppe era di Piacenza non lo dicevano che era Gomorra”.

La donna, anche lei trasferitasi in Emilia Romagna, a Gragnano Trebbiense, non crede “a tutte quelle storie che ho sentito in televisione”, alle accuse rivolte al figlio e ai colleghi. Parlando con La Stampa, premette che “se faceva veramente del male, deve pagare”, ma si dice convinta che il figlio sia “un bravo ragazzo, si stava pure laureando in Giurisprudenza”.

Il denaro con cui aveva acquistato la villa da 270 mila euro e, dal 2008 ad oggi, 16 motociclette e 11 auto di lusso, tra cui Bmw, Mercedes, una Porsche Cayenne e un’Audi, sarebbe stato tutto di provenienza lecita, così come le banconote che i militari arrestati sventolano nelle foto. L’ultimo acquisto era stata un’Audi, presa a febbraio per soli 10mila euro: prezzo stracciato ottenuto, raccontano i colleghi non sapendo di essere intercettati, proprio grazie a quei comportamenti da Gomorra. Ma per la madre il figlio non ha nulla a che fare con droga o estorsioni e quei soldi hanno un’altra origine: “Mi ha detto che li aveva vinti al Superenalotto con gli amici, non erano in caserma…”.

Piacenza, ai domiciliari la compagna di uno dei militari arrestati: “Nascondeva la droga in casa”

Nell’ambito dell’operazione Odysseus, in seguito alla quale sei militari della caserma Levante di Piacenza sono stati arrestati, è finita ai domiciliari anche la compagna 38enne di uno dei carabinieri “concorrente consapevole delle attività illecite del fidanzato”. Stando a quanto riportato dalle intercettazioni presenti nell’ordinanza firmata dal Gip, la donna avrebbe anche nascosto la droga e i soldi di quelle attività illecite a casa propria.

“Concorrente consapevole delle attività illecite del compagno. In relazione alle contestazioni elevate nei loro confronti, auspicando nel rispetto delle prescrizioni imposte, proporzionata si rivela la misura degli arresti domiciliari, da eseguirsi presso l’abitazione di residenza”. È quanto si legge nelle oltre 300 pagine dell’ordinanza firmata tre giorni fa dal gip di Piacenza, Luca Milani, che ha portato all’arresto di sei carabinieri della caserma Levante della città emiliana per i reati, tra gli altri, di spaccio di droga, estorsione, lesioni personali e torture. Il riferimento del giudice è a M.C., compagna di un appuntato al centro dell’operazione Odysseus e sua complice, finita per questo ai domiciliari. La donna, 38 anni, non solo avrebbe accompagnato il fidanzato a ritirare la sostanza stupefacente ma l’avrebbe anche nascosta. I due stanno insieme da 4 anni, dopo che il carabiniere si è separato dalla ex moglie.

Nelle intercettazioni che hanno permesso agli inquirenti di ricostruire quella che gli stessi militari coinvolti definiscono “un’associazione a delinquere”, si sentono M.C. e il compagno e in divisa parlare tranquillamente dei soldi da nascondere del traffico di droga e delle stesse sostanze, direttamente a casa,  e le fornisce anche piccole dosi di marjiuana per uso personale. “Amore è resina pura. Fatto veramente bene…porto su lo mettiamo un attimo nel..nel..nella parte di dietro in lavanderia no?”, dice il militare, “E se lo metti sul balcone?”, replica lei. “No allora lo metto nel garage dai, c’ho le chiavi qua….. un attimo a volo nel garage”, ancora lui, a cui la donna risponde: “Te lo metto dentro un barattolo”.

Sul denaro che la coppia aveva accumulato grazie alle attività illecite significativa è un’altra intercettazione, ottenuta mentre i due erano in auto. “Amore questa cartellina con i soldi posso metterla nel baule?”, chiede la donna, a cui il compagno replica: “No amore mettila davanti perché mi servono i soldi, ho solo 50 euro………. anzi ti.. sfilami da dentro 100 euro e poi quella la metti nel baule”. Ma tanti sono gli episodi che vedono protagonisti i due citati all’interno dell’ordinanza del Gip. Il primo marzo 2020, ad esempio, i due di rientro dalla serata trascorsa a Fidenza, durante il tragitto, parlano liberamente dell’attività di spaccio svolta dal carabiniere. “Mo devo passare di là, amore… a casa, un attimo, della mamma di S., devo prendere la roba”, e all’obiezione della donna se dovesse ritirarlo proprio a quell’ora, la risposta è: “Si, amore, perché se non la prendo, la perdo e… e sono mille euro di guadagno, gli ho dato ottocento di quelli che avevo, eh. (…)  Se non la prendo, la perdo e… e sono mille euro di guadagno, gli ho dato ottocento di quelli che avevo”.

Infine alla compagna il carabiniere racconta anche alcune fasi dell’arresto di un cittadino egiziano precisando, da subito, di averlo massacrato di botte: “Minchia, questo c’haf atto penare! – è il contenuto delle intercettazioni -. Mamma mia… mamma quante mazzate ha pigliato, mamma mia! Però io sapevo che era lui e ha preso subito due-tre schiaffi (…) Amore, colava il sangue, il sangue sii colava da tutte le parti, sfasciato da tutte le parti, non parlava. Un ragazzino del novantasei. Non ha detto “A ”, amo, credimi che ne ha prese, ne ha prese!”. Ha poi ribadito che il reale obiettivo era quello di appropriarsi di parte dello stupefacente da rivendere nella piazza di spaccio piacentina, sempre sull’assunto iniziale che il ragazzino detenesse un chilo circa di hashish. “Ma ce l’aveva la roba? “, chiede la donna, a cui l’appuntato risponde: “Ma neanche… secondo me il grosso… il grosso ce l ’aveva nascosto, è stato molto furbo, molto furbo!”.