Armine vittima di un mondo in cui se non odi non esisti. Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli alla modella scelta da Gucci c’è da rabbrividire. La sua colpa? Non essere abbastanza bella secondo i disprezzatori professionisti.

Abbiamo passato gli ultimi vent’anni a criticare le modelle: troppo magre, troppo belle, troppo differenti dalle donne qualsiasi. Sono arrivate le oversize, e anche qui non sono mancate le critiche: troppo grasse, legittimano l’obesità, troppo poco somiglianti alle donne qualsiasi.

Adesso che la moda ha fatto della diversità la sua bandiera – modelle di etnie diverse, modelle con la vitiligine, modelle con handicap – abbiamo ancora da criticare. E questa volta lo facciamo sulla pelle, letteralmente, dell’armena Armine Harutyunyan, scelta da Gucci come mannequin.

La ragazza – 23 anni, 37,3 mila follower su Instagram – è diventata oggetto di feroci attacchi. La sua colpa? Non essere abbastanza bella, secondo (i sicuramente bellissimi) disprezzatori professionisti.

Naturalmente nella cultura dello hate sharing, dove se non odi non esisti, era abbastanza prevedibile la valanga di violenti insulti. Lasciando da parte l’analisi estetica – perché, d’accordo con André Gide, “La bellezza non sta nella cosa guardata, ma nello sguardo” –, la riflessione è certamente più complessa e ancora una volta riporta la centralità del discorso sul desiderio maschile: non sei desiderabile per un uomo? Allora non lo sei affatto. Ci sbatte davanti anche l’imperante misoginia, e le dinamiche tossiche che continuano a essere alla base dei rapporti maschio/femmina ove tutto è filtrato attraverso l’apparenza.

Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli, c’è da rabbrividire.

“Ma è una donna?” si sono chiesti alcuni utenti (anonimi) mettendo in dubbio la femminilità della modella, altri invece si sono focalizzati sulla sua origine armena, perché il razzismo (soprattutto quando si focalizza sulle minoranze etniche) non conosce stile se non quello del sopruso.

La lezione di Alessandro Michele – che ha ampiamente appreso dalla scuola di Barthes come la moda sia un manifesto quotidiano potentissimo – si è rivelata ancora una volta una prova contemporanea di guerra pacifica: Armine Harutyunyan ha saputo catalizzare l’attenzione mondiale come non accadeva da tempo, e ci ha riportato alla miseria stereotipata che meritiamo.

Torna in mente Schopenhauer, che era solito ripetere come la bellezza fosse “una promessa di felicità”. Effettivamente ti fa illudere, la bellezza, che ogni cosa sia possibile. Ti fa credere che avrai un lavoro più facilmente (e i dati di un recente studio americano confermano che effettivamente sia così), e che raggiungerai una vita perfetta. Ma in tempi in cui la popolarità dura quando un post su Instagram, forse già solo l’ipotesi di un successo è abbastanza.

E la bellezza viene imprigionata – in questo mondo che ambisce alla diversità – sempre di più in parametri rigidi, ristretti e sovente irraggiungibili. Parametri che sono prigioni per chi guarda, e sicurezze per chi critica illudendosi che nel sorriso placido e addomesticato di una bellezza aderente ai canoni non ci sia nulla di sovversivo.