Affitti da 4€ l’anno, concessioni regalate ed evasione. Piangono miseria ma i fatturati non tornano: oggi il sindacato nazionale dei locali da ballo parla di 4 miliardi di fatturato a rischio con almeno il 10% dei locali che da febbraio non ha mai riaperto. Peccato che lo stesso sindacato, sempre ad agosto, ma dell’anno scorso, parlasse di un miliardo di fatturato. Quando c’è da chiedere soldi allo Stato, il fatturato perso è di 4 miliardi, quando c’era da versare soldi allo Stato, il fatturato guadagnato era di un solo miliardo. Intanto è polemica sui giornali, e i soci in affari Briatore e Santanché accusano il “Governo di incapaci” di avere preso di mira i “discotecari”, ma per il Twiga, il loro lido a Marina di Pietrasanta con lettini a 1.000 euro al giorno e pista da ballo, pagano allo Stato 3 euro e 3 centesimi all’anno per metro quadro di concessioni, di nuovo prorogate, con la scusa del Coronavirus.

È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur fare i conti della serva. La nuova ordinanza del 17 agosto firmata dal ministro della Salute Roberto Speranza impone la sospensione delle “attività del ballo che abbiano luogo in discoteche, sale da ballo e locali assimilati destinati all’intrattenimento o che si svolgono in lidi, stabilimenti balneari, spiagge attrezzate, spiagge libere, spazi comuni delle strutture ricettive o in altri luoghi aperti al pubblico”. La misura, valida in tutte le regioni italiane, rimarrà in vigore almeno fino al 7 settembre. Apriti cielo. Il Sindacato Italiano Locali da Ballo (Silb) parla di 4 miliardi di fatturato a rischio con almeno il 10% dei locali che da febbraio non ha mai riaperto. Peccato che lo stesso sindacato, sempre ad agosto, ma dell’anno scorso, parlasse di un miliardo di fatturato. Ma come, ora che c’è da chiedere soldi allo Stato, il fatturato perso è di 4 miliardi, quando c’era da versare soldi allo Stato, il fatturato guadagnato era di un solo miliardo? È dai ruggenti anni Ottanta, con i suoi Gianni De Michelis al centro pista e Silvio Berlusconi nei party privati, che il mercato italiano dell’intrattenimento vive tra luci e ombre, dichiarato e sommerso, legale e abusivo, il tutto con una certa nonchalance. Infatti nell’intervista del 4 agosto rilasciata al Messaggero, il Presidente del Silb, Maurizio Pasca, non ha avuto problemi ad ammettere che “in Italia ci sono 2.400 discoteche con un volume di affari di circa un miliardo di euro, parallelamente c’è un mercato abusivo, quasi equivalente”. E però, anche addizionando il miliardo di fatturato ufficiale al miliardo di fatturato ufficioso, si arriva a 2 miliardi, non quattro. Davvero curiosa la matematica, alle volte.

Discoteche e spiagge private: l’affare d’oro
Prima ancora che si riunisse il direttivo dei ministri per decidere sulla chiusura delle discoteche, Maurizio Pasca aveva già anticipato la decisione di rivolgersi al Tar per chiedere l’immediata riapertura dei locali, e così ha fatto. “Hanno colpito noi, quando la movida è ovunque – ha detto a Repubblica – Si guardi che succede negli stabilimenti balneari e sulle spiagge, è evidente che il problema non sono i locali da ballo”. E se le discoteche fanno parte degli stabilimenti? Nessun giornalista dei quotidiani nazionali ha sollevato questa domanda, forse la più importante. Tanto più che a occupare le prime pagine con lamenti, piagnistei e accuse contro il Governo sono proprio loro, i titolari del Papeete e del Twiga, non certo i tanti giovani dei circoli Arci che stanno fallendo nel silenzio generale, magari dopo avere servito la cittadinanza con alimenti e assistenza durante il lockdown.

“È una follia totale di questo governo – dice al Giornale l’europarlamentare leghista, nonché proprietario del Villa Papeete di Milano Marittima, Massimo Casanova – “gente che non ha mai lavorato nella vita, non sa cosa siano i sacrifici, i problemi da risolvere”. Per Casanova un problema da risolvere è la legge Bolkestein, la norma varata dall’Unione europea tredici anni fa che obbliga gli Stati membri a mettere a gara le concessioni per lo sfruttamento delle spiagge. Appena eletto, annunciò: “Non vedo l’ora di mettermi all’opera per togliere la direttiva Bolkestein dalle nostre spiagge”, ma da allora nulla è cambiato: la legge Bolkestein è rimasta lì, e le spiagge, le “nostre” spiagge, di noi tutti cittadini, sono rimaste a “loro”, ai maxi concessionari, che senza malizia chiameremo maxi elettori. Come? Semplice, prorogando le concessioni.

 

Tutti i governi hanno prorogato le concessioni, nessun escluso. Lo hanno fatto Berlusconi, Renzi e Gentiloni, lo ha fatto il Governo Conte I, quando l’allora Ministro dell’Agricoltura e del Turismo, il leghista Gian Marco Centinaio, consapevole di violare la direttiva Bolkestein (“al 99,9% andremo in infrazione comunitaria”) non solo regalò ai vecchi concessionari una maxi proroga di 15 anni, fino al 2034, ma con Maurizio Gasparri fece un emendamento che in sostanza mette tra i beni dello Stato sdemanializzabili, cioè vendibili ai privati, circa 52.619 spiagge destinate ad attività turistico ricreative, con un’operazione di cartolarizzazione che permette di incassare subito e poi svolgere con calma le aste. Chi compra? Dato che la legge prevede l’opzione d’acquisto per i concessionari delle spiagge, il gioco è fatto. E poiché, nonostante i canoni bassissimi di pochi centesimi al metro quadro, l’evasione fiscale nel settore è altissima, prima che cadesse il Governo, l’allora Ministro del Turismo pensò di aggiungere un condono tombale al 30% sulle concessioni.

Per il Twiga, con lettini a 1.000 euro al giorno e discoteca, Briatore e Santanché pagano allo Stato 3 euro e 3 centesimi all’anno per metro “La mia discoteca resta aperta – ha dichiarato a TPI Daniela Santanché – i ragazzi ci possono andare, possono stare seduti ai tavoli, possono bere. L’unica cosa che non possono fare è ballare”. La senatrice è socia in affari con Flavio Briatore, insieme hanno dato vita al brand Twiga, la “spiaggia più sognata d’Italia” (ipse dixit) che oltre alla discoteca vanta “Presidential Gazebo”: strutture dotate di televisione e musica, due letti marocchini, tavolo centrale, quattro lettini, il cui costo di noleggio giornaliero ad agosto è pari a 1.000 euro. Al Twiga i ragazzi, se ci sono, leggono il Financial Times, e ballare in mezzo alla calca è l’ultima delle loro voglie. Il Twiga di Marina di Pietrasanta di Briatore&Santanché ha un fatturato dichiarato di 4 milioni e 1 di Editba (cioè di margine operativo lordo) all’anno. In totale occupa una superficie di 4.485 metri quadri, per un canone di poco più di 17.619 euro all’anno, vale a dire 3 euro e 3 centesimi a metro quadro all’anno. Una cifra così irrisoria da risultare tale anche arrotondata e in lettere: quattro euro all’anno per metro quadro. Detto altrimenti: l’affitto dell’area pesa un 227esimo sul fatturato. “Faremo il possibile per dare un sostegno economico alle attività che avranno delle perdite”, ha assicurato il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli. E già si vocifera che il piano, ora in Parlamento, preveda aiuti a fondo perduto, come erogato ad altre categorie di lavoratori.

La domanda a questo punto nasce spontanea: questo “Governo di incapaci”, come lo ha definito Flavio Briatore, terrà conto della disparità tra le condizioni di locazione di chi fatica a pagare l’affitto mensile a 5 cifre del proprio locale e chi, al mare, paga l’affitto del proprio locale al costo di un caffè?